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Copertina di Ombre sul Naviglio

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Crime e polizieschi · Gialli e thriller · Noir e suspense

Ombre sul Naviglio

Scritto da Casa Editrice Amcall

137 pagine0 lettoriNuovo nel catalogo

Un cadavere nel Naviglio Grande, una borsa asciutta sulla riva e una scena del crimine che non coincide con la caduta: Ombre sul Naviglio è un giallo ambientato a Milano che parte da un delitto apparentemente semplice per trasformarsi in un’indagine su alibi, depistaggi e menzogne. Fin dalle prime pagine il lettore viene immerso nell’atmosfera del Naviglio al mattino, tra acqua nera, selciati bagnati e dettagli che sembrano minimi ma cambiano tutto. Il libro è pensato per chi ama il romanzo investigativo realistico, le indagini di polizia e i misteri in cui ogni indizio va verificato con pazienza. La promessa editoriale è concreta: seguire un caso da ricostruire passo dopo passo, senza scorciatoie, fino a una verità che emerge per correzioni successive e non per colpi di fortuna. Nel corso della storia compaiono elementi verificabili come il corpo ritrovato sotto il ponte di ferro, la perquisizione nello studio del socio, il video senza audio della telecamera del cortile cieco e la rete di testimonianze che divergono su ciò che hanno davvero visto. Tra i sospetti ci sono figure diverse, dal socio alla sorella, dal giornalista all’avvocato, mentre la squadra investigativa si divide tra chi vuole chiudere in fretta e chi insiste nel riaprire il fascicolo. A rendere distintivo questo giallo è proprio la centralità del dettaglio minimo: una scarpa pulita, un telefono spento, un orologio fermo, un fascicolo sparito. Se cerchi un thriller investigativo italiano, una storia di indagine urbana e un mistero costruito su prove concrete, Ombre sul Naviglio ti accompagna dentro un caso in cui anche l’acqua conserva memoria.

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Nessuno obiettò. L’orologio, visto da vicino, dava un’impressione sgradevole proprio per la sua precisione. Non era il classico accessorio di chi indossa qualunque cosa trovi sul tavolo.

Era scelto. Sobrio, costoso senza ostentazione, con il quadrante pulito e le lancette sottili. Sul bordo interno del polsino della giacca, ancora umido, restava un alone scuro che non coincideva con il riflesso del canale.

Il corpo non era finito lì per caso, e nemmeno il tempo aveva deciso di fermarsi da solo. Un agente della scientifica attraversò il cordone con un foglio in mano. «Abbiamo preso il portafoglio.

Documenti al nome di Riccardo Valli. » L’ispettore annuì appena. Il nome non gli disse ancora niente, ma il modo in cui il telefono era stato separato dal resto della scena cominciava a dargli una direzione.

Chiunque avesse lasciato quel corpo sul Naviglio aveva pensato anche a ciò che poteva parlare dopo. Aveva lasciato il morto, ma aveva provato a svuotarlo di contatti, di tempi, di risposte. Si chinò sul polso senza toccarlo.

«Fotografate l’orologio da più angolazioni. Voglio anche il lato interno del cinturino. E il telefono va controllato prima di ogni accensione.

» Il tecnico gli lanciò uno sguardo rapido, quasi infastidito dalla precisione. Poi annuì e si rimise al lavoro. In quel momento arrivò una seconda pattuglia, più lenta, con due curiosi già trattenuti dietro il nastro.

Una donna con il cappotto aperto si sporse oltre il cordone e fissò il corpo con quell’espressione vuota che precede la paura. L’ispettore la notò appena. Aveva già smesso di guardare la scena come una morte.

Adesso la stava leggendo come un elenco di omissioni: un telefono muto, un orologio bloccato, un corpo che qualcuno aveva presentato al mattino con un ordine troppo pulito per essere casuale. Quando si rialzò, il taccuino era già pieno di appunti brevi e spigolosi. Il telefono chiuso nella busta e l’ora inchiodata sul quadrante non coincidevano con l’idea di un incidente.

Erano due piccoli oggetti, ma bastavano a spostare il peso dell’indagine: da una caduta a una preparazione. E da quel momento la scena non poteva più essere letta come un fatto finito, solo come qualcosa che era stato costruito per sembrare tale.

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1.3 IL DETTAGLIO CHE NON COMBACIA CON LA CADUTA

Il dettaglio non stava nell’acqua, né nel volto tumefatto che il fiume aveva restituito con parsimonia. Stava più in alto, nel margine del ponte, dove il parapetto di ferro correva lungo il selciato umido e le impronte degli uomini avevano già cominciato a confondersi tra loro. L’ispettore si fermò lì, con le mani infilate nel cappotto, e guardò la distanza tra il bordo del canale e il punto in cui il corpo era stato recuperato.

Troppo breve. Troppo pulita. Il tecnico della scientifica seguiva la linea della sua attenzione senza parlare.

Aveva già fotografato la sagoma sull’acqua, i segni lasciati sulla riva, il telefono sotto busta e l’orologio fermo sul polso. Ma l’ispettore non guardava più il morto. Guardava il modo in cui la giacca era caduta lungo la spalla sinistra, tirata appena verso l’esterno, come se il corpo avesse urtato qualcosa prima di finire in acqua.

«Ripeta da dove l’avete tirato fuori», disse. L’agente più giovane si schiarì la gola. «A due metri dal pilone.

Uno dei primi a vederlo ha indicato il punto con la mano. » L’ispettore non alzò la voce. » Il tecnico sollevò lo sguardo.

» L’ispettore si voltò appena. Le scarpe del morto erano ancora lì, una leggermente più avanti dell’altra, con la suola sporca solo in punta. Non erano state trascinate nella ghiaia bagnata come sarebbe accaduto a un corpo precipitato con il peso che ruota e strappa.

Sembravano piuttosto posate, come se qualcuno avesse sostenuto la persona per un istante e poi l’avesse lasciata andare nel punto sbagliato. «Avvicinare il nastro», ordinò. Una striscia gialla venne spostata di mezzo passo, sufficiente per isolare meglio l’angolo tra il parapetto e il selciato.

L’ispettore piegò il ginocchio, restando a distanza, e notò allora una cosa minuscola: una macchia chiara, quasi gessosa, sul bordo interno del ferro. Non ruggine, non sporco. Un residuo secco, sottile, rimasto solo dove una mano aveva premuto con forza e poi rilasciato.

«Traccia di presa», mormorò il tecnico. » L’uomo sorrise senza allegria. «Se uno cade, si aggrappa dove può.

» L’ispettore si alzò lentamente e seguì con gli occhi la linea del parapetto fino al

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tratto che dava sul vuoto. Sotto, l’acqua scorreva nera e lenta, portando con sé una pellicola oleosa di luce e umidità. A quella distanza il rumore del traffico si faceva più netto, tagliato dai treni sopra il ponte e dai richiami secchi degli agenti che tenevano lontani i curiosi.

La città continuava a respirare addosso alla scena senza rispetto. » chiese. «Poco,» rispose il tecnico.

» Indicò il selciato, a pochi passi dal parapetto. Lì l’acqua non si era distribuita in modo uniforme. C’era una zona asciutta sotto il corpo, poi una mezzaluna bagnata appena più avanti, come se qualcosa fosse stato appoggiato e rimosso con cura.

Nessun segno netto di scivolamento, nessuna strisciata lunga sul pavimento, nessun trascinamento evidente verso il bordo. Solo quell’asimmetria, minore di quanto valesse una parola, ma sufficiente a incrinare la versione più comoda. L’ispettore guardò ancora il punto esatto in cui il morto era stato trovato.

Poi il parapetto. Poi la strada alle sue spalle. Una caduta lascia quasi sempre confusione, anche quando viene pulita in fretta.

Qui, invece, la scena sembrava avere avuto il tempo di ricomporsi. Male, ma abbastanza da sembrare credibile a prima vista. Fece un cenno al fotografo, che si era spostato per riprendere il tratto di ferro.

«Quello segnatelo bene. E misurate la distanza dal bordo fino alla prima macchia sul selciato. » L’agente annuì e si allontanò.

Per un momento nessuno parlò. Poi il tecnico abbassò la voce. » L’ispettore lasciò scorrere lo sguardo lungo il ponte, verso il punto in cui la luce del mattino si spezzava tra le travi.

Quel tratto non offriva solo un posto dove morire. Offriva un posto dove fermare qualcuno, anche solo per pochi secondi. Bastavano pochi secondi per cambiare la storia di un corpo, di una caduta e di una scena intera.

«Nessuno parli ancora di caduta», disse infine. »

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CAPITOLO 3: LA SQUADRA E IL CASO

La stanza riunioni del distretto odorava di caffè bruciato, carta umida e giacche asciugate in fretta. Fuori, oltre i vetri sporchi, Milano stava già cambiando pelle: il traffico saliva dalle arterie principali con un ronzio continuo, mentre il cortile interno restava ancora intrappolato in una luce pallida, quasi amministrativa. Sul tavolo erano allineate le prime foto del corpo, la pianta del ponte, il numero di protocollo scritto a penna su un foglio piegato in due.

Nessuno aveva ancora parlato a voce alta. Bastava quello per capire che l’indagine era entrata nella fase peggiore: quando tutti vedono lo stesso fatto, ma ciascuno pretende una lettura diversa. Il vicequestore entrò senza togliersi il cappotto.

Lo lasciò aperto, come se anche il tempo gli fosse ostile. Guardò appena il materiale disteso sul tavolo e passò subito alla parte che contava per lui. «Niente teatro.

» La voce era piatta, ma la fretta era più tagliente delle parole. Non chiedeva dubbi, chiedeva una versione da portare sopra, pulita, compatta, difendibile. Un caso fermo significava meno domande, meno telefonate, meno presenza di giornali davanti al cancello.

In un distretto abituato a misurare tutto con il margine politico, quella era già una pressione dichiarata. L’ispettore capo non alzò il tono. Si limitò a far scorrere un dito sulla fotografia del bordo del Naviglio, poi su quella del telefono e dell’orologio.

«Per adesso non c’è una linea unica. » Disse la frase senza difesa, ma con una freddezza che scontentò subito il vicequestore. Il problema non era la prudenza.

Il problema era che, in quell’ufficio, la prudenza veniva sempre scambiata per indecisione. Gli agenti seduti ai lati del tavolo avevano già capito dove si sarebbe rotto l’equilibrio: tra la necessità di chiudere e l’obbligo di leggere tutto due volte. Il primo errore prese forma proprio lì, in piena luce.

L’ispettore capo indicò il bordo del canale e avanzò l’ipotesi che il corpo fosse stato trascinato da un punto più alto, forse dopo un confronto avvenuto altrove. L’idea suonava ordinata, quasi elegante. Spostava il problema fuori dalla riva, liberava la scena dalla sua ostinazione e permetteva di cercare un

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aggressore più comodo: qualcuno con accesso, motivo e nervi instabili. Il vicequestore annuì appena. Era il tipo di interpretazione che gli piaceva, perché dava l’impressione di una strada già tracciata.

L’ispettore, invece, guardò i volti attorno a lui e capì subito che la proposta avrebbe diviso il gruppo prima ancora di essere verificata. Una giovane agente, con il taccuino stretto tra le dita, chiese se si dovesse convocare subito il socio della vittima. L’anziano sovrintendente seduto vicino alla finestra rispose prima del capo: «Si convoca chi serve, non chi fa rumore».

La frase spaccò l’aria. Non era soltanto una battuta. Dentro quell’ufficio c’era già chi voleva lavorare per sottrazione, scegliendo l’interrogatorio più utile alla chiusura, e chi invece voleva raccogliere le fratture prima che diventassero alibi.

La differenza sembrava sottile, ma in quel caso bastava a cambiare tutto: chi parlava per primo avrebbe guidato gli altri, e chi parlava troppo presto avrebbe già deciso per loro. Il vicequestore batté due volte le dita sul tavolo. «Niente interviste sparse.

Nessuno esce a dire che la vittima è stata uccisa. » La formula era un guinzaglio, non una precauzione. L’ispettore capo lo capì e non replicò subito.

Si limitò a raccogliere una foto con due dita, come se il cartoncino potesse scottare. In quel gesto c’era il segno più evidente della frattura: da una parte la squadra chiamata a fare indagine, dall’altra il perimetro stretto di chi voleva un esito rapido e controllabile. Le due cose, quel mattino, non coincidevano più.

Quando la riunione si sciolse, il corridoio parve più stretto del solito. Gli agenti uscirono in silenzio, ognuno con il proprio pezzo di incarico, ma senza la stessa direzione. C’era chi avrebbe cercato subito i contatti della vittima, chi avrebbe premuto sui testimoni del ponte, chi avrebbe preparato l’elenco delle chiamate da incrociare.

Nessuno diceva apertamente che l’interrogatorio era il nodo vero, ma tutti avevano già capito che lì si sarebbe misurata la tenuta del gruppo. Non bastava trovare una spiegazione; bisognava scegliere quale verità lasciare entrare per prima. L’ispettore capo rimase un attimo solo nella sala ormai svuotata.

Guardò il tavolo, le foto spostate di pochi centimetri, il bicchiere di plastica con il fondo di caffè freddo. Poi raccolse la cartellina e la chiuse con un gesto secco. La

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versione semplice era già sul tavolo, pronta a essere presa. Ma era anche quella che rischiava di disgregarsi per prima, se qualcuno avesse insistito abbastanza a lungo sulla scena. E in quell’ufficio, sotto la luce piatta del mattino, la frattura non sembrava più una possibilità: era già entrata nel caso con la stessa discrezione di un sospetto che non vuole farsi notare.

1.1 IL VICEQUESTORE CHE VUOLE CHIUDERE IN FRETTA

Il vicequestore arrivò quando il selciato era ancora scuro di umidità e i primi tram stavano cominciando a far vibrare i vetri delle case lungo il Naviglio. Non scese con fretta, ma con quella rapidità controllata di chi vuole mostrare di avere già deciso tutto prima ancora di guardare. Il cappotto restò aperto, la cravatta stretta al collo, il volto segnato da una notte troppo breve e da una pazienza che non intendeva sprecare sul posto.

Sul ponte, il nastro della polizia tagliava la riva in due come una cucitura malfatta. Due agenti tenevano lontani i curiosi, un vecchio col cappello schiacciato, una donna con il cane al guinzaglio, un ragazzo in bicicletta che rallentava ogni volta per cercare un dettaglio da raccontare più tardi. L’odore era quello abituale di Milano dopo l’acqua: ferro bagnato, fogna lontana, gas di scarico che arrivava dai viali e si impastava con il freddo della mattina.

Il vicequestore inspirò una volta sola, poi fissò il corpo coperto solo in parte dal telone. «Non c’è molto da vedere», disse, senza smettere di guardare la riva. «Un uomo caduto, una borsa, un telefono.

» L’ispettore non rispose subito. Era più avanti di qualche passo, con il taccuino in mano e la giacca già sporca d’umido alle ginocchia. La frase lo colpì senza sorprendere.

Quella spinta a stringere i tempi non veniva dal caso; veniva dall’aria che si respirava quando un superiore voleva una risposta prima di aver capito la domanda. «Conviene guardare meglio prima di parlare di giornata», disse infine. Il vicequestore gli lanciò uno sguardo rapido, appena sufficiente a riconoscere l’ostinazione e a considerarla una perdita di tempo.

Accanto al parapetto, il tecnico della scientifica stava ancora controllando il bordo delle pietre, mentre un fotografo

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cambiava posizione senza trovare un angolo pulito. Il vicequestore si avvicinò al margine dell’acqua, osservò il punto esatto in cui il corpo era stato recuperato, poi fece un cenno con due dita. «Guardare meglio è un lusso.

» «Allora ne avrà due,» rispose l’ispettore. » Per un istante, il rumore del traffico parve coprire tutto. Il vicequestore serrò la mascella, guardò verso la borsa asciutta sulla riva e verso il telefono rimasto sotto busta.

Erano oggetti troppo ordinati per dare conforto. La scena, nel suo complesso, non aveva la brutalità spontanea di una caduta casuale; aveva il pulito rigido delle cose preparate in anticipo. Ed era proprio questo a irritarlo: ogni minuto speso a scavare nella forma poteva trasformarsi in una discussione inutile, ogni ritardo in una telefonata sgradita dall’alto.

Si voltò verso gli uomini del distretto, che aspettavano ordini senza parlare. «Si raccolga tutto quello che serve e si porti via il corpo. Voglio nomi, documenti, un alibi da verificare.

» Il tecnico alzò appena gli occhi, ma non disse nulla. L’ispettore invece piegò il taccuino e rimase fermo. Quel comando aveva il gusto di una chiusura anticipata, non di una ricerca.

Intorno, la riva continuava a mostrarsi nel suo stato incompleto: una scarpa infangata, una traccia d’acqua interrotta, il bordo del ponte con i segni dei passi già confusi. Era il genere di dettaglio che scompariva facilmente quando si correva troppo. Il vicequestore si accorse del suo silenzio e fece un mezzo sorriso senza calore.

«Non mi faccia perdere la mattinata, ispettore. Se c’è stato un reato, emerge. » L’ispettore sollevò gli occhi dal selciato e osservò per un secondo il volto dell’uomo, la sua fretta, il modo in cui la parola “meglio” copriva già un ordine.

Poi richiuse il taccuino e parlò con tono piatto. «Si farà emergere. » Il vicequestore non replicò.

Guardò ancora il ponte, poi il canale, poi la borsa. La mattina si stava allargando sopra il Naviglio con una luce più dura, meno indulgente. L’idea di una pratica rapida aveva già cominciato a sbriciolarsi contro un’insofferenza più ostinata della sua.

E per la prima volta, mentre

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dava ordine di liberare il passaggio, capì che quel caso non avrebbe obbedito alla sua fretta.

1.2 L’ISPETTORE CAPO E LA PRIMA IPOTESI SBAGLIATA

L’ispettore capo entrò nella stanza riunioni con il cappotto ancora umido sulle spalle e la cartellina stretta sotto il braccio come un avvertimento. La luce del mattino filtrava dai vetri opachi del distretto, tagliata in strisce pallide dalle veneziane impolverate; sul tavolo, le foto del cadavere sembravano più nette della realtà, troppo lucide nei bordi, troppo immobili per restituire il tanfo dell’acqua stagnante e del fango che ancora si portava addosso chi era sceso sul Naviglio all’alba. Nessuno parlò subito.

Il vicequestore era già lì, in piedi vicino alla finestra, con l’aria di chi vuole essere il primo a dare un nome alle cose. «Se è finito nel canale dopo una lite, la chiudiamo in giornata», disse senza girarsi. L’ispettore capo sfogliò le immagini con due dita, lento, senza fretta apparente.

Sul volto del morto c’era il segno torbido dell’acqua e un taglio netto sul sopracciglio. Nulla che, a prima vista, gridasse complotto. Il ponte, la riva, la borsa asciutta, il telefono spento: elementi abbastanza ordinati da offrire una via d’uscita rapida a chi cercava una spiegazione comoda.

E proprio per questo attiravano diffidenza. In quell’ufficio la fretta aveva già rovinato troppi casi; bastava una parola pronunciata con troppa sicurezza per farne un archivio, non un’indagine. Lui indicò il bordo del ponte sulla pianta stampata.

«La versione più semplice regge solo se il corpo è caduto da qui e se qualcuno ha avuto la lucidità di recuperare gli oggetti prima dell’arrivo della pattuglia. Due movimenti separati. » Il vicequestore piegò appena la bocca, infastidito.

» La risposta uscì piatta, senza enfasi, ma bastò a spostare l’aria nella stanza. Sulla sedia accanto al tavolo, il giovane agente che aveva raccolto i primi rilievi aprì il taccuino e lo richiuse subito, come se avesse intuito di essere entrato nel punto sbagliato della conversazione. L’ispettore capo prese posto, mise davanti a sé la

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foto più grande e la fissò a lungo. Non cercava ancora il colpevole; cercava il difetto nell’ordine apparente. Quel difetto, per ora, si nascondeva nella postura della vittima: il capo inclinato di lato, le mani non abbastanza contratte per una caduta violenta, il cappotto troppo pulito sul bordo interno rispetto al resto della giacca.

Dettagli piccoli, ma già abbastanza per incrinare la fretta del procuratore di turno, che aspettava notizie prima ancora di avere domande. » chiese. «Due agenti del pattugliamento, poi il personale del 118.

» «No. » L’ispettore capo annuì, poi fece scorrere il dito sul profilo della borsa nella stampa. Troppo asciutta.

Troppo composta. Un oggetto lasciato lì con una cura che non apparteneva al caso. La sua prima ipotesi, però, era ancora quella più comoda: una caduta dopo una discussione, un uomo ubriaco o ferito, la borsa sottratta e poi restituita in fretta per mascherare il furto, una tragedia improvvisata con una mano meno esperta del necessario.

Era una pista quasi rassicurante, perché permetteva di leggere tutto in linea retta. Ma il Naviglio, quella mattina, non offriva linee rette. Il vicequestore si avvicinò al tavolo.

» L’ispettore capo alzò gli occhi appena. «Concreto è che il morto non è finito in acqua per caso. » Per un istante nessuno parlò.

Dal corridoio arrivò il passo rapido di una segretaria, il ronzio di una fotocopiatrice, un colpo secco di porta che si richiudeva. La routine del distretto continuava a scorrere senza preoccuparsi del corpo sul Naviglio, ma nella stanza la direzione era già cambiata. Non c’era ancora una verità, e nemmeno una tesi robusta; c’era però la necessità di non confondere la prima spiegazione con quella giusta.

L’ispettore capo raccolse le foto, le rimise nella cartellina e si alzò. «Si riparte dalla scena. »

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1.3 LA FRATTURA INTERNA SUGLI INTERROGATORI

La sala interrogatori aveva la luce sbagliata: troppo bianca, troppo ferma, con il neon che rendeva i visi più magri e le ombre più severe. Sul tavolo di metallo restavano due tazze di caffè dimenticate, una cartellina aperta e una bottiglietta d’acqua mezza schiacciata. Dalla parete arrivava il ronzio continuo del condizionatore, ma dentro l’aria rimaneva pesante, intrisa di tabacco freddo, carta umida e nervi trattenuti male.

L’ispettore capo stava in piedi vicino alla porta, il telefono stretto in mano come se potesse ancora correggere il turno, il caso, la scena stessa. Aveva già deciso che l’indagine andava stretta prima che si allargasse troppo. Il procuratore aveva usato parole asciutte, poche ore prima: niente dispersioni, niente nomi in giro, niente interrogatori inutili.

Quella prudenza, detta con tono amministrativo, suonava in realtà come un invito a chiudere presto. L’ispettore seduto al tavolo non rispose subito. Guardò il fascicolo, poi la foto stampata della vittima, poi il foglio con gli appunti presi all’alba.

Il nome del socio era cerchiato una volta, poi una seconda, con un tratto più pesante. Quello era il punto da cui voleva partire anche lui, ma non per la stessa ragione. «Se lo facciamo entrare adesso, ci racconta una storia pulita,» disse infine.

«Troppo pulita. » Il vicequestore si voltò di scatto. «Non abbiamo tempo per le intuizioni.

Abbiamo un uomo morto, una borsa asciutta, un testimone che ha già cambiato versione due volte. » La frase cadde male. L’ispettore capo alzò appena il mento.

» Aprì il fascicolo su una pagina con l’elenco dei primi soggetti sentiti. «Se insistiamo sul socio come bersaglio principale, i suoi avvocati ci chiuderanno tutto addosso. » Il vicequestore posò il telefono sul tavolo con un colpo secco.

Non era rabbia, era fastidio controllato. «Il procuratore vuole un nome. La stampa vuole una faccia.

Il quartiere vuole smettere di guardare quel ponte come se fosse un altare. » La porta si aprì senza bussare. Entrò

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l’agente incaricato di tenere il corridoio, con una cartellina gialla e l’aria di chi sa di interrompere una tensione già in corso. La posò davanti all’ispettore e disse: «L’avvocato del socio è arrivato. Vuole essere presente a ogni domanda.

» Il vicequestore fece un sorriso breve, senza allegria. «Perfetto. » L’ispettore capo sfiorò con due dita il bordo della cartellina.

Non aveva bisogno di leggerla per capire che la linea si stava spaccando. Da una parte c’era chi voleva una prova rapida, pulita, spendibile. Dall’altra chi temeva che una prova presa in fretta avrebbe sporcato tutto il resto.

Il problema non era la vittima, né soltanto il socio. Era il tempo, che cominciava a lavorare contro di loro con la pazienza tipica delle cose vere. «Si fa così,» disse alla fine, senza alzare la voce.

«Prima il socio con l’avvocato dentro, domande su denaro, spostamenti e ultime telefonate. Niente accuse aperte, niente braccio di ferro. Se vacilla, bene.

Se tiene, passiamo agli altri. » Il vicequestore lo fissò per un istante, poi annuì appena. Non era un accordo, era una tregua.

«Due interrogatori in contemporanea,» ordinò all’agente. «E voglio che il corridoio resti vuoto. » Quando la porta si richiuse, il rumore del neon parve più netto.

L’ispettore capo raccolse il foglio degli appunti, lo piegò una volta sola e se lo mise in tasca. Le prime domande stavano già dividendo il gruppo, ma era quella la vera frattura: non tra innocenza e colpa, bensì tra chi cercava il punto esatto in cui il racconto del delitto si era incrinato e chi preferiva una versione abbastanza comoda da poterla archiviare. In quella stanza, prima ancora che iniziasse il primo interrogatorio, il caso aveva già scelto la sua prima vittima interna.

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