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Narrativa contemporanea · Famiglia e relazioni · Biografie e memorie

il filo che non si spezza

Una madre, due figli , una vita intera

Scritto da Vincenza Scileppi

78 pagine0 lettoriNuovo nel catalogo

Ci sono sentimenti che accompagnano una vita intera e che, proprio perché fanno parte di noi, non sempre sentiamo il bisogno di spiegare. Li viviamo nei gesti, nelle scelte, nelle preoccupazioni, nelle attese e nelle gioie che attraversano gli anni. Per me, uno di questi sentimenti è l’amore per la mia famiglia

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» E io rispondevo. Sempre. Forse è questa la parola che descrive meglio quegli anni.

Presenza. Io c'ero. C'ero quando avevano bisogno.

C'ero quando non avevano bisogno ma io pensavo che ne avessero. C'ero quando erano felici. C'ero quando qualcosa andava storto.

C'ero perfino quando, probabilmente, avrebbero preferito che mi facessi un po' da parte. Ero fatta così. Li avevo portati nella mia vita quando ero ancora molto giova ne e, quasi senza accorgermene, avevo costruito gran parte di me intorno a loro.

Intanto crescevano. Prima lentamente. Poi sempre più in fretta.

Le scarpe diventavano piccole. I vestiti non andavano più bene. Le classi scolastiche cambiavano.

Le esigenze a umentavano. Le voci diventavano diverse. Le domande diventavano più difficili.

E cominciavano ad avere piccoli pezzi di vita nei quali io non ero presente. All'inizio non ci feci caso. Era normale.

Un amico. Una confidenza. Un'uscita.

Un pensiero che non v eniva raccontato subito alla mamma. Erano soltanto piccoli segnali. Io ancora non potevo saperlo, ma la loro infanzia stava cominciando lentamente a lasciarci.

E sarebbe arrivato un tempo in cui non sarebbe più bastato essere il mio generale. Avrei dovuto imparare qualcosa per cui nessuno mi aveva preparata. Fidarmi di ciò che avevo insegnato loro.

Lasciare che facessero qualche passo senza di me. Antonio, naturalmente, sarebbe stato il primo a reclamarlo. Emanuela lo avrebbe fatto a modo suo, con quella do lcezza che spesso rendeva difficile persino accorgersi che stesse diventando grande.

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Io, invece, avrei avuto bisogno di più tempo. Perché loro si adattavano alle città, alle scuole, alle case nuove. Io mi ero adattata a tutto insieme a loro. Ma c'era un ca mbiamento al quale non ero ancora pronta: vedere i miei bambini diventare ragazzi.

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Capitolo 3

Il mio posto era accanto a loro

Crescevamo insieme, è vero. Io ero diventata madre molto giovane e molte cose della vita le avevo imparate mentre Antonio ed Emanuela crescevano davanti ai miei occhi. Ma una cosa l'ho sempre saputa con certezza: io ero la loro madre.

Non volevo essere una madre perfetta. Non sapevo nemmeno cosa significasse esserlo. Volevo essere una madre presente.

Una di quelle madri che i fi gli sanno di poter chiamare senza domandarsi se disturberanno. Una madre che si accorge. Che osserva.

Che conosce. Che qualche volta rimprovera, qualche volta esagera, qualche volta protegge più del necessario, ma che non si gira mai dall'altra parte. Per Antonio ed Emanuela avrei dato la vita.

E non è una frase che pronuncio con leggerezza. Quando sono diventata madre ho scoperto dentro di me un amore che prima non conoscevo. Avevo amato mio marito, avevo conosciuto l'innamoramento, il desiderio di costrui re una vita insieme.

Ma l'amore per un figlio appartiene a un'altra parte dell'anima. Non chiede il permesso. Arriva e prende posto dentro di te.

Da quel momento non riesci più a immaginare la tua esistenza senza quella creatura. Antonio ed Emanuela erano questo per me. Il mio cuore e la mia felicità.

Se stavano bene loro, stavo bene anch'io. Se erano felici, mi sembrava che la vita mi

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avesse già dato abbastanza. Se avessero sofferto , avrei voluto prendere quella sofferenza e portarla io al posto loro. Fors e è questo che i figli comprendono soltanto quando diventano adulti.

Da piccoli vedono una mamma che prepara, accompagna, aspetta, controlla, rimprovera, compra ciò che serve, sistema una stanza, ascolta una storia raccontata mille volte. Non possono saper e cosa esiste dietro quei gesti. Non vedono le preoccupazioni che una madre tiene per sé.

Non conoscono tutte le volte in cui mette da parte qualcosa che desiderava perché in quel momento c'è qualcosa di più importante per loro. E va bene così. Non ho mai voluto che i miei figli crescessero sentendo il peso delle mie rinunce.

Un figlio non deve trascorrere la vita sentendosi debitore verso sua madre. Io avevo scelto di esserci. Avevo scelto loro.

E se qualche volta ho rinunciato a qualcosa, l'ho fatto perch é in quel momento mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Non tenevo il conto. L'amore non tiene la contabilità.

Naturalmente ero anche severa. Molto. La mia protezione aveva regole precise.

Volevo sapere dove andavano, con chi stavano, quando sarebber o tornati. E quando qualcosa non mi convinceva, il mio carattere usciva fuori immediatamente. Potevano protestare quanto volevano.

Io ero la madre. E certe decisioni spettavano a me. Antonio provava più spesso a sfidare quelle decisioni.

Con il suo caratte re vivace riusciva a farmi perdere la pazienza e, nello stesso tempo, a strapparmi un sorriso quando avrei voluto continuare a essere arrabbiata.

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Emanuela aveva un'altra maniera di arrivare al mio cuore. Più dolce. Più silenziosa.

A volte bastava guardarla per capire cosa volesse dirmi. Due figli completamente diversi. Due amori immensi.

Non ho mai desiderato che diventassero uguali. Volevo che diventassero se stessi. Ma allora ancora non comprendevo fino in fondo cosa significasse.

Perché aiutare un figlio a diventare se stesso significa anche accettare che, prima o poi, farà scelte che non dipenderanno più da te. Avrà idee che non sono le tue. Prenderà decisioni senza chiederti il permesso.

Amerà qualcuno. Costruirà la propria vita. E arriverà un giorno in cui tu non sarai più il centro delle sue giornate.

Quando Antonio ed Emanuela erano ancora ragazzi, tutto questo mi sembrava lontanissimo. Io avevo ancora la casa piena delle loro voci. Avevo ancora qualcuno da aspettare.

Qualcuno da rimproverare. Qualcun o che apriva il frigorifero e chiedeva cosa ci fosse da mangiare. Qualcuno che lasciava qualcosa fuori posto.

Qualcuno che aveva bisogno di me. E non sapevo quanto avrei rimpianto persino il disordine. Allora pensavo che quella vita sarebbe durata per semp re.

Non sapevo che la maternità fosse fatta anche di piccoli addii. Il primo giorno di scuola. La prima volta che escono senza di te.

La prima confidenza che scelgono di fare a un amico invece che alla mamma. Il primo amore. La prima decisione importante p resa da soli.

Ogni volta perdi una piccolissima parte del bambino che conoscevi e incontri la persona che sta diventando. È meraviglioso.

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Ma qualche volta fa male. Io questo dolore non lo conoscevo ancora. Continuavo a vivere le nostre giornate pensando ch e il mio compito fosse proteggerli. E forse, in quel momento, lo era davvero. Ci sarebbe stato tempo per imparare il resto. Perché una madre non nasce sapendo lasciare andare. Prima stringe. Protegge. Accompagna. Dà tutto ciò che può. Poi, molto più avanti , scopre che deve compiere il gesto più difficile: aprire le mani senza spezzare il filo. Io quelle mani non ero ancora pronta ad aprirle. Antonio ed Emanuela erano ancora con me. Erano il rumore della mia casa, la preoccupazione delle mie giornate, la rag ione di tante mie scelte. Erano la parte più vulnerabile di me e, nello stesso tempo, quella che mi rendeva più forte. Erano i miei figli. Erano il mio cuore. E quando il tuo cuore cammina fuori dal tuo corpo, puoi anche provare a non avere paura. Ma conti nui a seguirlo con gli occhi finché non lo vedi tornare a casa.

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Capitolo 4

Le loro strade

Arriva un momento in cui una madre si accorge che i figli non stanno più semplicemente crescendo. Stanno diventando persone. Persone con un carattere ormai definito, con desideri che non abbiamo scelto noi, con ambizioni, debolezze, sentimenti e decisioni che qualche volta ci sorprendono.

Fu allora che cominciai a vedere Antonio ed Emanuela in maniera diversa. Non erano più soltanto il mio principe e la mia principessa . Erano un giovane uomo e una giovane donna.

E davanti a loro si stavano aprendo due strade molto diverse. Antonio conservava quella parte del carattere che aveva avuto fin da bambino. Viveva.

Si buttava nelle cose. Anche nei sentimenti. Ci furono storie c he affrontò con una certa superficialità, come può accadere quando si è giovani e si pensa che l'amore sia soprattutto emozione, conquista, entusiasmo.

Io osservavo. Qualche volta sorridevo. Qualche volta cercavo di fargli capire che i sentimenti degli alt ri non sono un gioco.

Ma sapevo anche che certe cose non possono essere insegnate soltanto con le parole. Bisogna viverle. Poi arrivarono anche per lui storie diverse.

Più importanti. E allora vidi qualcosa cambiare. Perché l'amore, quando smette di essere un gioco, sa essere meraviglioso.

Ma sa anche fare male. E quando un figlio soffre per amore, una madre scopre una delle

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proprie più grandi impotenze. Se da bambino cade e si sbuccia un ginocchio, puoi pulire la ferita. Puoi medicarla.

Puoi soffiare sopra quel punto come se il tuo respiro possedesse davvero il potere di far passare il dolore. Ma quando la ferita è dentro? Cosa può fare una madre?

Non esiste una medicina. Non puoi andare dalla persona che ha fatto soffrire tuo figlio e ordinargli di restitu irgli la felicità. » O almeno, puoi dirlo.

Ma non serve. Io cercavo soprattutto di esserci. Come avevo sempre fatto.

Antonio poteva avere qualsiasi età, ma quando lo vedevo soffrire tornava immediatamente a essere il bambino che avrei voluto proteggere da tutto. Solo che adesso non potevo più farlo. Potevo ascoltarlo.

Parlargli. Lasciarlo sfogare quando ne aveva bisogno e rispettare i suoi silenzi quando non voleva raccontare. Potevo ricordargli che una delusione n on avrebbe definito tutta la sua vita.

E soprattutto potevo aspettare. Aspettare che tornasse a stare bene. Fu forse in quei momenti che cominciai a comprendere che essere accanto a un figlio adulto è molto diverso dal proteggerlo quando è bambino.

A volte amare significa non avere una soluzione. Significa semplicemente rimanere. Antonio, intanto, studiava.

Arrivò il diploma. Poi l'università. Avrebbe dovuto diventare avvocato.

Ricordo quella strada e tutto ciò che rappresentava. Un figlio che arriva all'un iversità porta con sé non soltanto i propri progetti, ma anche un po' dei sogni dei genitori. Lo immagini nel futuro.

Cominci quasi a vederlo con la sua professione, la sua

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indipendenza, una vita costruita con le proprie capacità. Gli mancava poco. Davvero poco.

Eppure, non concluse gli studi universitari. La vita prese un'altra direzione. Naturalmente una parte di me avrebbe voluto che terminasse.

Ero sua madre. Sapevo quanto aveva già fatto e quanto fosse vicino al traguardo. Pensavo a quell'avvocato che avrebbe potuto essere.

Ma con il tempo ho imparato che i figli non sono i nostri progetti incompiuti. Possiamo indicare una strada. Possiamo incoraggiarli.

Possiamo arrabbiarci quando ci sembra che stiano sprecando un'occasione. Alla fine, però, la vita ap partiene a loro. Antonio doveva trovare la sua.

E io dovevo imparare ad amare anche le decisioni che non avrei preso al suo posto. Con Emanuela accadde qualcosa di diverso. La bambina dolce e tranquilla che avevo sempre cercato di proteggere cominciò a mos trarmi una parte di sé che forse era sempre esistita e che io, abituata a considerarla la mia principessa, non avevo ancora visto completamente.

Era determinata. Molto più di quanto avessi immaginato. Dietro quella dolcezza c'era una donna che sapeva ciò c he voleva.

Aveva valori profondi, ma anche obiettivi precisi. Non aveva bisogno di fare rumore per essere forte. Questa fu una delle cose che imparai guardandola diventare adulta.

Per molto tempo avevo associato la forza al mio carattere. Io ero quella che parlava. Quella che affrontava.

Quella che proteggeva. Quella che, se necessario, diventava il generale della famiglia. Emanuela mi mostrò un altro tipo di forza.

La sua era

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più silenziosa. Decideva. Si impegnava.

Andava avanti. Si diplomò. Poi continuò a studiare.

Arrivò la laurea. Vederla raggiungere quel traguardo fu una delle mie grandi gioie. Non perché una laurea renda un figlio più importante di un altro.

Mai. L'orgoglio di una madre non può essere misurato da un titolo appeso a una parete. Ero orgo gliosa perché conoscevo il percorso.

Conoscevo la bambina da cui tutto era cominciato. La ricordavo accanto a me nelle nostre uscite, mentre guardavamo le vetrine e ci compravamo qualcosa che ci piaceva. La ricordavo dolce, affettuosa, sempre così vicina a lla sua mamma.

E adesso davanti a me c'era una donna. Una professionista. Una donna capace di costruirsi qualcosa di suo.

Oggi ha il suo studio. E quando penso a lei c'è un'espressione che mi viene spontanea e che contiene tutto il mio orgoglio: la mia dot toressa. Lo dico da madre.

Con quella punta di orgoglio che non ho mai saputo e non ho mai voluto nascondere. La mia bambina ce l'aveva fatta. Ma soprattutto aveva dimostrato a se stessa di poterlo fare.

E forse dovetti ammettere qualcosa anche a me stessa. Avevo passato anni cercando di proteggerla dalle fregature della vita. Avevo controllato.

Consigliato. Messo regole. Avevo avuto paura che la sua dolcezza potesse renderla fragi le.

Mi sbagliavo. La dolcezza non era la sua fragilità. Era una parte della sua forza.

Emanuela poteva essere dolce senza essere debole. Poteva amare senza rinunciare ai propri obiettivi. Poteva ascoltare gli altri senza dimenticare se stessa.

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Aveva preso i valori con cui era cresciuta e li aveva trasformati in qualcosa di suo. Questo, per una madre, è forse uno dei risultati più belli. Non vedere nei figli una copia di ciò che siamo stati.

Vedere che hanno preso qualcosa da noi e poi sono andati oltre. Ant onio ed Emanuela erano sempre più diversi. Uno aveva conosciuto l'amore anche attraverso la leggerezza e poi attraverso il dolore.

L'altra avanzava con una determinazione che si nascondeva dietro il suo carattere dolce. Uno aveva lasciato un percorso unive rsitario quasi alla fine. L'altra aveva raggiunto la laurea e avrebbe costruito il proprio studio.

Avrei potuto confrontarli. Non l'ho mai voluto fare. Erano i miei figli.

Non esisteva una classifica. Non esisteva quello che aveva fatto meglio e quello che aveva fatto peggio. Esistevano Antonio ed Emanuela.

Due persone diverse. Due percorsi. Due caratteri.

Due parti dello stesso cuore. Io continuavo a essere presente. Forse ancora troppo.

Quando Antonio soffriva, soffrivo con lui. Quando Emanuela raggiungev a un traguardo, la mia felicità sembrava moltiplicarsi. Se uno avesse avuto un problema, il mio pensiero avrebbe corso lì .

Se l'altra avesse avuto bisogno, io ci sarei stato . Per anni avevo pensato che la maternità significasse accompagnare i figli fino a quando sarebbero diventati grandi. Poi scoprii che non esiste un giorno in cui una madre si sveglia e pensa: Ecco, il mio compito è finito.

Non finisce. Cambia. Quando sono piccoli ti chiedono la mano.

Quando crescono ti chiedono un consiglio.

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