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Elena sorrise. La donna le piacque immediatamente. Si sedettero da vanti alla grande finestra.
Beatrice aprì la cartella e ne tirò fuori alcune fotografie ingiallite. La prima mostrava un edificio chiaro affacciato sul mare, con balconi in ferro battuto e tende a righe. Davanti all’ingresso, uomini in giacca bianca e donn e con abiti lunghi guardavano verso l’obiettivo.
— Hotel Aurora — disse Beatrice. — Era di mio nonno. Elena prese la fotografia con attenzione.
— Di che anno è? — Millenovecentotrentadue. L’albergo aveva aperto cinque anni prima.
Seguì una serie di immagini. Sale da pranzo, terrazze, famiglie in vacanza, camerieri, fotografie di matrimoni e ricevimenti. In una, una giovane donna era seduta sulla balaustra della terrazza guardando il mare.
Beatrice indicò quella figura. — Mia madre. Il tono cambiò app ena.
Elena osservò meglio la fotografia. — Era molto bella. — Lo sapeva anche troppo.
Risero entrambe. Beatrice continuò a raccontare. L’albergo aveva funzionato fino alla fine degli anni Novanta; poi erano arrivati problemi familiari, lavori rimandati, er edità divise.
Per quasi vent’anni era rimasto chiuso, sopravvivendo più nei ricordi degli abitanti che nella realtà. Adesso Beatrice lo aveva riacquistato dagli altri parenti. — Voglio riaprirlo la prossima primavera.
Ma non voglio trasformarlo in un posto che potrebbe essere ovunque. Se tolgo la sua storia, tanto vale abbatterlo e costruirne uno nuovo. Elena annuì.
Era esattamente il genere di frase che desiderava sentire da un cliente. — Quindi non le serve soltanto un nome. — No.
Il nome, probabilmente, resterà Aurora. Mi serve capire come raccontarlo senza sembrare nostalgica. Elena sfogliò ancora le fotografie.
— La nostalgia non è necessariamente un problema. Lo diventa quando è l’unica cosa che abbiamo da dire. Beatrice la guardò con interesse.
— Continui. Elena avvicinò alcune immagini. — Se l’albergo riapre semplicemente come copia di quello che era, diventa un museo.
Ma se recuperiamo ciò che lo rendeva riconoscibile e
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lo mettiamo in relazione con il presente, allora raccontiamo continuità. Non “qui tutto è rimasto uguale”, ma “questo luogo ha attraversato il tempo”. Beatrice rimase qualche secondo in silenzio. — È per questo che sono venuta da lei. Elena sentì quel piccolo piacere professionale che negli ultimi giorni le era mancato. — Vorrei vi sitarlo. — Possiamo farlo anche oggi. — Oggi? — Fra un’ora, se non ha altri impegni. Elena controllò mentalmente l’agenda. Aveva una telefonata alle quindici e una revisione da terminare. — Va bene. Beatrice richiuse la cartella. — Perfetto. Così conosce a nche l’architetto. È insopportabile, ma bravo. Elena sorrise. — Una combinazione frequente. — Molto. Non ebbe alcun motivo per collegare quella parola a qualcuno. Non ancora.
* * *
L’Hotel Aurora occupava uno dei punti più belli del lungomare. Elena ci era passata davanti centinaia di volte. Da bambina lo ricordava ancora aperto, anche se ormai decadente, con le tende color sabbia e le grandi finestre della sala da pranzo rivolte verso il mare. Negli ultimi anni era diventato quasi invisibile. Le impalcatur e adesso coprivano buona parte della facciata. Beatrice le consegnò un casco all’ingresso. — Dobbiamo sembrare professionali. — E soprattutto evitare che mi cada un mattone in testa prima di firmare il contratto. — Quello sarebbe pessimo marketing. Entraro no. Dentro, l’edificio era molto più grande di quanto Elena immaginasse. Il pavimento dell’atrio era stato in parte rimosso, ma alcune piastrelle originali erano ancora visibili. Un’ampia scala saliva verso i piani superiori. I muri avevano macchie d’umidi tà, le porte erano state smontate e l’odore di polvere si mescolava a quello del legno. Eppure il luogo conservava qualcosa. Non eleganza, non ancora. Presenza. Elena
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avanzò lentamente. A sinistra, attraverso tre grandi aperture, si vedeva il mare. Si ferm ò.
— Questa vista è straordinaria. — Aspetti di vedere la terrazza. Beatrice chiamò qualcuno.
— Andrea! Elena non si voltò subito. Il nome arrivò alla mente un istante prima del resto.
Non poteva essere. Era un nome comune. Quando sentì dei passi sulla sca la, sollevò lo sguardo.
Andrea stava scendendo. Aveva jeans, scarpe da cantiere e una camicia grigia con le maniche arrotolate. Teneva alcuni disegni in una mano e parlava con un uomo che lo seguiva.
Poi vide Elena. Si fermò un gradino più in alto. Fu un’e sitazione brevissima.
Probabilmente nessun altro la notò. Elena sì. E, cosa ancora più fastidiosa, sentì il proprio corpo reagire nello stesso istante: non con un’emozione definita, ma con un’improvvisa consapevolezza della propria postura, dei capelli rac colti male, della polvere già depositata sulle scarpe.
Andrea scese gli ultimi gradini. Beatrice non si accorse di nulla. — Finalmente.
Ti presento Elena Russo. Si occuperà della comunicazione dell’albergo, se non la facciamo fuggire prima. Andrea guardò E lena.
Una traccia di sorriso comparve nei suoi occhi prima ancora che sulle labbra. — Ci conosciamo. Beatrice li osservò entrambi.
— Naturalmente. Il modo in cui lo disse fece quasi ridere Elena. — Ci siamo incontrati per caso qualche sera fa — spiegò.
— S ulla spiaggia — aggiunse Andrea. Beatrice inclinò la testa. — Naturalmente sulla spiaggia.
— Beatrice — disse Andrea. — Non ho detto niente. Non serviva.
Elena si tolse gli occhiali da sole e li infilò nella borsa. — Quindi lei è l’architetto insopportabil e. Andrea guardò Beatrice.
— Ottimo. Vedo che la collaborazione parte sulla fiducia. — Ho detto anche che sei bravo.
— Ah. Allora ritratto la denuncia.
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Elena sorrise, ma l’imbarazzo iniziale era già passato. Quasi. Andrea si rivolse all’uomo accanto a lui, gli diede alcune indicazioni e lo lasciò andare.
Poi tornò verso di loro. — Avete già visto qualcosa? — Solo l’atrio — rispose Beatrice.
— Elena vuole capire il carattere dell’edificio. — Allora iniziamo dal posto migliore. Andrea indicò la scala.
— La te rrazza. Salirono. Elena camminò dietro Beatrice, Andrea qualche passo più avanti.
Cercò di concentrarsi sull’edificio. Il problema era che Andrea faceva parte dell’edificio. Non letteralmente, naturalmente.
Ma il modo in cui parlava dei lavori, come accare zzava con il palmo una parete prima di spiegare perché avevano deciso di non demolirla, la familiarità con cui indicava ciò che sarebbe stato conservato, rendevano difficile separare l’uomo incontrato sulla spiaggia dal professionista. Ed Elena si accorse di preferire il secondo. La cosa non la tranquillizzò.
In una delle stanze Andrea mostrò loro un soffitto appena liberato da un rivestimento più recente. Sotto erano comparsi piccoli frammenti di pittura. — Non sappiamo ancora quanto sia recuperabile — spi egò.
— Potrebbe restarne soltanto una parte. Beatrice sospirò. — Mia madre diceva che qui c’erano dei fiori.
Andrea annuì. — Ci sono ancora. Elena sollevò lo sguardo.
Tra le zone danneggiate si distinguevano infatti petali sbiaditi, foglie, una linea azzur ra. — Li lascerete? — Se possiamo.
Andrea parlava senza enfasi, ma Elena intuì che per lui non fosse semplicemente una scelta estetica. — Potreste rifarlo da zero — disse. Lui la guardò.
— Potremmo. — Sarebbe più semplice. — Molto.
— E probabilmente più pe rfetto. Andrea fece un mezzo sorriso. — È proprio il motivo per non farlo.
Elena lo osservò. Lui continuò, indicando il soffitto.
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— Se lo ridipingo interamente, avremo qualcosa di bello che imita ciò che c’era. Se riesco a salvare quello originale, invece, avrò qualcosa di imperfetto che è davvero passato attraverso novant’anni. Beatrice era già entrata nella stanza successiva. Elena rimase un momento sotto il soffitto. — Le piacciono molto le cose che sopravvivono. Andrea capì immediatamente che non stavan o più parlando soltanto di architettura. — Non tutte. I loro occhi si incontrarono. Per qualche secondo nessuno disse niente. Fu Elena a voltarsi per prima. — Dovremmo raggiungere la cliente. — Ottima idea.
* * *
La terrazza occupava quasi tutto il piano superiore. Quando Elena uscì all’esterno, il vento le sciolse alcune ciocche dai capelli. Davanti non c’era altro che mare.
La balaustra originale era stata protetta con pannelli, ma la vista rimaneva intatta: Cefalù da un lato, la costa dall’altro, e dava nti quella distesa azzurra che nelle ore centrali del giorno sembrava quasi bianca per la luce. Elena capì immediatamente cosa avrebbe dovuto essere il cuore della comunicazione. Non il lusso.
Non l’hotel. Quel rapporto con il tempo. Beatrice le mostrò una vecchia fotografia scattata dallo stesso punto.
La balaustra era identica. Anche il profilo delle montagne. Le persone erano cambiate.
Il luogo no. Elena rimase a guardare il confronto. — Qui abbiamo già la campagna — disse.
Beatrice la guardò. — Davvero? — Non ancora le parole.
Ma l’idea sì. Andrea si appoggiò alla balaustra. — Sentiamo.
Elena si voltò verso di lui. — Non ho l’abitudine di presentare idee non finite. — Paura che gliele rubino?
— Paura che qualcuno le rovini prima che siano pronte. — Capis co. — Ne dubito.
Andrea sorrise. Beatrice li osservò con evidente divertimento. — Io vado al piano di sotto a parlare con Matteo.
Elena si voltò.
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— Vengo anch’io. — No, no. Resti.
Guardi. Pensi. È per questo che la pago.
La donna scomparve prima che Elena riuscisse a obiettare. La terrazza sembrò improvvisamente più grande. Andrea si allontanò dalla balaustra.
— Se vuole posso andare anch’io. Elena avrebbe potuto dire sì. — Non è necessario.
Lui annuì. Nessuno dei due parlò immediatamente. Elena si avvicinò al bordo e guardò il mare.
— È tornato a Palermo. Non era una domanda. Andrea rimase sorpreso.
— Sì. — Sua figlia? Lui si voltò verso di lei.
— Come sa che ho una figlia? Elena lo guardò. Era vero.
L’informazione non era mai emersa tra loro. Andrea sembrò rendersene conto nello stesso momento. — No.
Aspetti. Elena sollevò un sopracciglio. — Cosa?
— Lei non lo sa. — Evidentemente no. Per la prima volta da quando lo conosceva Andrea sembrò realmente imbarazzato.
Elena incrociò le braccia. — Credo che questo sia il momento in cui mi spiega qualcosa. Il vento sollevava appena il bordo della sua camicia.
Andrea si passò una mano tra i capelli. — Ho una figlia. Sofia.
Diciannove anni. Elena aspettò. Lui capì che non era sufficiente.
— E Sara è mia moglie. Questa volta il mare non bastò a riempire il silenzio. Elena non distolse lo sguardo.
— Sua moglie. — Sì. La parola rimase sospesa tra loro.
Elena sentì un’immediata irritazione, sproporzionata rispetto a ciò che Andrea le doveva. In fondo non le doveva proprio n ulla. Era questo a renderla ancora più irritante.
— Interessante. — Cosa? — Il fatto che sulla spiaggia abbia dimenticato questo dettaglio.
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— Non mi ha chiesto se fossi sposato. Elena lo guardò incredula. — Davvero vuole usare questa difesa?
Andrea espirò. — No. — Meno male.
Lui si avvicinò di un passo, ma mantenne comunque una distanza prudente. — Io e Sara ci stiamo separando. Elena rivolse gli occhi al mare.
Non voleva ascoltare la frase successiva. La conosceva già pur non avendola mai sentita. È finita da tempo.
Viviamo come estranei. Restiamo insieme per nostra figlia. Sembravano formule prese da un repertorio universale.
Andrea non ne pronunciò nessuna. Disse invece: — È complicato. Elena rise appena.
— Questa è addirittura peggiore. — Lo so. — Almeno ne è consapevole.
— Non sto cercando di convincerla di niente. Elena si voltò. — Non c’è niente di cui convincermi.
Andrea sostenne il suo sguardo. Aveva ragione lei. E proprio per questo nessuno dei due sembrava crederci completamente.
— Bene — disse lui . Elena non seppe perché quella risposta la infastidisse. Forse avrebbe preferito che Andrea si difendesse.
Che mostrasse interesse. Che le desse una ragione per essere indignata. Invece rispettava il confine che lei stessa aveva appena tracciato.
Era un c omportamento corretto. E talvolta la correttezza poteva essere terribilmente scomoda. — Non deve spiegarmi il suo matrimonio — disse Elena.
— Non intendevo farlo. — Perfetto. — Perfetto.
Elena lo guardò. — Se dice ancora perfetto, la butto dalla terrazza. Andrea rise.
Una risata vera. Elena cercò di mantenere l’espressione seria, ma fallì. Fu un momento brevissimo.
E proprio per questo
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pericoloso. Perché il fastidio non era scomparso. La situazione non era diventata meno complicata. Sara esisteva. Sofia esi steva. Marco esisteva. Eppure Elena aveva riso. Con lui. Sentì immediatamente il bisogno di rimettere ordine. Prese il taccuino dalla borsa. — Torniamo all’albergo. Andrea annuì. Questa volta nessuna battuta. Elena prese alcune note. La terrazza. Le fotogr afie. Il soffitto. La memoria. Scrisse alcune parole senza preoccuparsi ancora di trasformarle in qualcosa di utilizzabile. Ciò che resta. Il tempo non cancella tutto. Cancellò la seconda. Troppo prevedibile. Andrea le si avvicinò quel tanto che bastava pe r guardare il taccuino. — È segreto? Elena lo coprì immediatamente con una mano. — Molto. — Ho visto soltanto tre parole. — Sono già troppe. — “Ciò che resta”. Lei alzò gli occhi. — Avevo detto segreto. — Mi piace. — Non le ho chiesto un parere. — Giusto. Andrea si allontanò. Elena guardò di nuovo quelle tre parole. Ciò che resta. Non le piacquero più. Non perché fossero sbagliate. Perché improvvisamente parlavano di troppe cose.
* * *
Beatrice le propose di pranzare insieme, ma Elena rifiutò. Aveva bisogno di tornare allo studio. O almeno era questa la spiegazione ufficiale. Andrea rimase nel cantiere. Quando Elena uscì, lui era al piano superiore con gli operai. Non si salutarono. La cosa avrebbe dovuto esserle indifferente. Durante il tragitto verso lo st udio pensò invece a Sara. Non riusciva a immaginarla. Provò una volta, poi si irritò con se stessa. Non aveva alcun diritto né ragione per costruire nella propria mente il volto della moglie di un uomo che conosceva appena. Arrivata allo studio, trovò Mart a davanti al computer. — Allora? Elena posò la borsa.
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— Ottimo progetto. — Cliente? — Interessante. — Albergo? — Bellissimo. Marta la guardò. — Architetto? Elena si fermò. — Cosa c’entra l’architetto? — Niente. Chiedevo. — Non hai mai chiesto di un architetto in tutta la tua vita. Marta sorrise. — Quindi era bello. Elena aprì un fascicolo. — Era quello della spiaggia. Silenzio. Poi Marta si alzò lentamente dalla sedia. — Aspetta. — Siediti. — L’uomo della spiaggia lavora nell’albergo della nuova cliente? — Sì. — Elena. — Non iniziare. — Io non ho detto niente. — Lo stai dicendo con la faccia. Marta tornò a sedersi. — E? — E niente. — Naturalmente. Elena aprì il computer. — È sposato. Marta smise di sorridere. — Ah. Elena apprezzò il cambio di tono . — Si sta separando. Marta rimase qualche secondo in silenzio. — E tu? — Io cosa? — Ti stai separando? Elena guardò lo schermo ancora spento. — Sto cercando di capire.
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Marta annuì. Non disse altro. Era esattamente la risposta giusta.
* * *
Quella sera Marco telefonò poco dopo le otto. Elena era ancora nello studio. Per un istante pensò di non rispondere.
Poi lo fece. La conversazione durò meno di cinque minuti. Marco le chiese se avesse mangiato.
Elena mentì dicendo di sì. Lui le ricordò che il giorno s eguente avrebbero dovuto pagare l’assicurazione dell’auto. Lei promise di occuparsene.
Parlarono della vita che avevano condiviso come se quella vita continuasse ancora perfettamente. Quando la chiamata terminò, Elena rimase con il telefono tra le mani. Er a forse quella la cosa più dolorosa: scoprire quanto fosse semplice continuare a funzionare insieme anche quando non si sapeva più se si voleva vivere insieme.
Aprì il computer. Le fotografie dell’Hotel Aurora occupavano lo schermo. Ne scelse una della ter razza negli anni Trenta.
La donna che Beatrice aveva indicato come propria madre era seduta sulla balaustra. Dietro di lei il mare. Elena ingrandì l’immagine.
La donna non guardava l’obiettivo. Guardava qualcosa fuori campo. Forse qualcuno.
C’era qualcosa di intimo in quel gesto. Elena prese il taccuino. Scrisse: Un luogo non è ciò che rimane fermo.
È ciò che continua a significare qualcosa mentre tutto il resto cambia. Rilesse. Quella volta non cancellò.
Il telefono vibrò. Un messaggio. Andrea.
Elena fissò il nome. Non ricordava di avergli dato il proprio numero. Poi ricordò il lavoro.
Beatrice doveva aver creato un gruppo per il progetto. Aprì. Non volevo che scoprisse di Sara in quel modo.
Elena rimase qualche secondo davanti allo schermo. Scrisse: Non er a tenuto a raccontarmi la sua vita privata. Andrea rispose quasi subito.
Lo so. Lei aspettò. Nient’altro.
Appoggiò il telefono. Riprese a lavorare. Dopo un minuto lo controllò.
Ancora niente. Era assurdo che la brevità di un messaggio potesse diventare irr itante. Scrisse: Allora non c’è problema.
La risposta arrivò questa volta dopo diversi minuti. Non ho detto che non ci fosse. Elena lesse la frase due volte.
Sentì qualcosa aprirsi dentro di lei, piccolo e scomodo. Non rispose. Andrea non aggiunse altro.
Fuori, Cefalù cominciava a svuotarsi lentamente. Elena spense il computer e raccolse le
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proprie cose. Quando uscì dallo studio, il mare non era visibile dalla strada. Eppure ne sentiva l’odore. Camminando verso casa di Laura, si disse che Andrea era sposato, che lei aveva appena lasciato un uomo con cui aveva condiviso quattordici anni e che l’ultima cosa di cui entrambi avevano b isogno era complicare ulteriormente le proprie vite. Era un ragionamento impeccabile. Quasi rassicurante. Il problema dei ragionamenti impeccabili era che il desiderio non aveva mai mostrato particolare rispetto per la logica.