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Copertina di Oltre la Soglia

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Narrativa erotica · Narrativa contemporanea

Oltre la Soglia

Scritto da Casa Editrice Amcall

92 pagine0 lettoriNuovo nel catalogo

Oltre la Soglia è un romance erotico a lenta combustione costruito sulla tensione, sul controllo e sulla decisione di oltrepassare un confine senza perdere se stessi. Se cerchi una storia intensa, sensuale e centrata su un rapporto adulto fatto di attrazione, esitazione e consenso esplicito, qui troverai un percorso emotivo che non punta all’effetto facile ma alla progressione del desiderio. Il libro segue due persone che si avvicinano passo dopo passo: un primo incontro in un locale, messaggi dopo mezzanotte, la distanza misurata tra un gesto e l’altro, fino a una vicinanza sempre più netta. Ogni capitolo lavora su soglie concrete e simboliche — il tavolo, il corridoio, la porta socchiusa, la stanza vuota, le chiavi lasciate sul bancone — e trasforma gli spazi in luoghi di scelta. La trama non vive di colpi di scena, ma di sguardi, silenzi, attese e del momento in cui il corpo smette di fingere distanza. Una parte centrale del racconto insiste sul linguaggio del limite: chiedere, fermarsi, dire di sì, nominare ciò che si vuole davvero. Questa attenzione rende il testo adatto a chi cerca un romanzo sensuale con dinamiche di desiderio consapevole, relazione costruita con cautela e dialoghi che danno peso a ogni contatto. Il ritmo è intimo, la voce è vicina, l’atmosfera resta calda e tesa fino all’ultimo. Se ami le storie romantiche con forte carica erotica, ambientazioni contemporanee e una progressione fatta di avvicinamento, vulnerabilità e verità dette ad alta voce, Oltre la Soglia offre proprio questo: una relazione che non si consuma in fretta, ma si definisce nell’istante esatto in cui entrambi scelgono di restare.

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CAPITOLO 8 IL CORRIDOIO TROPPO STRETTO

Il corridoio del palazzo ha la larghezza di un gesto trattenuto. Tu lo senti addosso prima ancora di percorrerlo, perché le pareti chiare, la moquette che attutisce i passi e le luci basse costringono il corpo a stare più vicino del necessario a tutto ciò che lo attraversa. Lui è lì, fermo a metà strada tra l’ascensore e la porta dell’appartamento, con una chiave ancora in mano e lo sguardo che ti aspetta senza fretta.

Non c’è nulla di teatrale nel modo in cui si sposta di lato per lasciarti passare, e proprio per questo il movimento pesa di più. Tu rallenti appena. Lui se ne accorge, ma non commenta.

La distanza fra voi è talmente ridotta che basta una spalla per sfiorare la tua, e il fatto che non accada subito rende ogni secondo più teso del precedente. Quando infili la mano nella borsa per cercare il badge del parcheggio, le dita ti sfuggono per un istante. Lui abbassa gli occhi sui tuoi movimenti, poi li rialza su di te come se avesse notato tutto e avesse scelto di non approfittarne.

” chiede. La domanda è semplice, quasi ordinaria. È il tono a cambiarne il senso.

Non c’è pressione, non c’è assunzione di possesso, solo un’offerta precisa, lasciata lì perché tu possa prenderla o rifiutarla. Tu scuoti la testa, ma il gesto ti costa più del previsto, perché il corridoio stretto amplifica ogni esitazione. Anche il respiro sembra dover chiedere permesso.

” Lui annuisce una volta sola. Poi inclina appena il corpo per raggiungere il citofono dell’appartamento accanto al suo, ma la distanza si chiude lo stesso: il suo avambraccio resta per un attimo vicino al tuo, abbastanza da farti percepire il calore attraverso la stoffa. Non ti tocca.

Eppure ti accorgi che stai trattenendo il fiato come se la scelta dipendesse da quella mancanza. Quando la porta si apre alle sue spalle, il suono metallico della serratura sembra troppo nitido. Lui entra per primo e ti lascia spazio, ma il corridoio non smette di essere stretto solo perché avete superato la soglia.

All’interno c’è un ingresso piccolo, lineare, con una lampada accesa sul mobile e il rumore distante del frigorifero che vibra piano. Tu resti vicino all’anta, ancora con la sensazione addosso di non avere abbastanza aria.

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“Chiudi pure,” dice lui. Tu chiudi. Il clic della serratura è secco, definitivo.

Quando ti volti, lui è a pochi passi, abbastanza vicino da rendere inutile qualsiasi difesa troppo costruita, ma ancora fermo dove sei tu a poter decidere la distanza. Non avanza. Ti guarda soltanto, con una calma che non ha nulla di neutro.

“Sei tesa,” dice. Non è una constatazione crudele. È vera, e proprio per questo ti costringe a rispondere senza rifugiarti dietro una battuta.

” Un angolo della sua bocca si muove appena. Quasi un sorriso, quasi niente. “No.

” Tu appoggi la borsa sul mobile all’ingresso con un movimento misurato. Hai bisogno di occupare le mani per non lasciare che sia lui a leggere ogni esitazione nel tuo corpo. Nel silenzio, il rumore del tessuto che scivola sulla superficie sembra più forte di quanto dovrebbe.

Lui osserva quel piccolo gesto, poi abbassa di poco la voce. ” Il modo in cui lo dice cambia tutto. Non c’è urgenza, non c’è impazienza, solo una scelta offerta con chiarezza.

Tu lo guardi per un istante più lungo del necessario, perché hai capito che quella non è una domanda di cortesia. È il primo confine nominato a voce alta dentro uno spazio che, fino a poco prima, sembrava poter vivere solo di sottintesi. “Vado in salotto,” rispondi.

Questa volta lui si sposta davvero, lasciandoti passare per prima. Il corridoio dietro di te resta stretto, ma il passaggio che hai appena attraversato ha già cambiato la serata: non siete più due persone bloccate in un’attrazione vaga, siete due corpi che hanno imparato a fermarsi prima del contatto e a scegliere, uno per volta, se andare avanti. E proprio per questo, quando arrivi alla soglia del soggiorno, sai con una lucidità nuova che nulla di ciò che succederà da qui in poi potrà essere scambiato per caso.

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CAPITOLO 9 IL GIORNO DOPO SENZA PROMESSE

La luce del mattino entra senza chiedere permesso, tagliando la stanza in due e trovando tutto quello che la sera prima avevi lasciato in sospeso: la camicia su una sedia, due bicchieri sul tavolo basso, il telefono capovolto come se avesse deciso anche lui di stare zitto. Tu sei sveglio da un po’, ma non ti alzi subito. Resti disteso a guardare il soffitto, con quella sensazione precisa e scomoda che arriva dopo una notte in cui qualcuno ti ha sfiorato abbastanza da lasciarti addosso una traccia e non abbastanza da darti un appiglio.

Quando lui esce dal bagno, ha i capelli ancora umidi e la manica della t-shirt arrotolata fino al gomito. Non ha l’aria di uno che si è pentito, e questa è la cosa che ti mette più in allarme. Si ferma un istante sulla soglia, con il bicchiere d’acqua in mano, e ti guarda come se stesse decidendo se parlare o lasciarti il vantaggio del primo passo.

“Caffè,” dice soltanto. Tu ti siedi sul bordo del letto. ” In cucina il silenzio non è imbarazzato, ma è teso nel punto giusto, come un elastico tirato troppo.

Lui prende la caffettiera, controlla il livello dell’acqua, aziona il fuoco con un gesto preciso. Tu lo osservi senza fingere interesse per altro. C’è qualcosa nella sua calma che ti irrita e ti attira nello stesso istante: non ti chiede spiegazioni, non cerca di chiudere la notte con una frase utile, non si aggrappa a un’intimità appena nata per dargli un nome.

” domanda, senza voltarsi. ” La risposta resta lì, asciutta. Nessuno dei due la amplia.

Eppure proprio quel modo di stare al margine della conversazione ti costringe a riconoscere ciò che non è stato detto: non c’è stata promessa, non c’è stato accordo su cosa succederà dopo, ma la stanza non è tornata neutra. Ha preso una piega. Tu prendi la tazza che lui ti porge, sfiorando appena le sue dita.

Il contatto è minimo, ma basta a farti capire che il corpo ricorda più in fretta della testa. Bevi un sorso e senti l’amaro del caffè aprirti lo stomaco. “Devo andare presto,” dici.

Lui annuisce. ” Non aggiunge altro. Non ti chiede di restare.

Non ti offre una scusa per farlo. È una scelta che pesa più di una richiesta, perché ti lascia intero il margine di dire sì o no senza

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essere spinto in una direzione. Tu appoggi la tazza sul lavello e ti passi una mano dietro il collo. La pelle è ancora calda dove la sua bocca ti aveva trovato la sera prima, e tu non hai bisogno di rivedere la scena per sentirne il punto esatto.

“Abbiamo fatto tardi,” dici. ” La frase ti arriva addosso con la stessa precisione di una mano appoggiata in mezzo al petto. Non è una dichiarazione, non è una strategia per trattenerti.

È peggio, o meglio: è vera. Tu lo sai e lui lo sa. Per questo, invece di rispondere subito, ti limiti a guardarlo mentre appoggia il cucchiaino nel piattino e asciuga una goccia di caffè scesa sul bordo.

Poi il telefono vibra sul tavolo. Tu lo afferri d’istinto, ma non lo guardi subito. Aspetti che lui abbia distolto gli occhi.

Quando lo fai, vedi un messaggio del lavoro, due righe che ti ricordano l’ora e l’ordine delle cose. Il mondo fuori ha già ricominciato a pretendere puntualità. “Devo vestirmi,” dici.

” Ti alzi, prendi la camicia dalla sedia e la stendi sul letto. Lui resta in cucina, ma non si allontana davvero; ascolta il fruscio del tessuto, il clic della cintura che infili, il rumore secco dei bottoni che chiudi uno dopo l’altro. Quando esci dalla camera, è ancora lì.

Questa volta ti porge la giacca senza dire niente. Tu la prendi, e in quel gesto c’è una forma di attenzione che non chiede il nome. Alla porta, però, ti fermi.

Non per indecisione, ma per misura. Ti volti verso di lui e scopri che ti sta già guardando, fermo, con un’aria quasi tranquilla che non nasconde niente. “Non chiamarmi,” dici.

Lui inclina appena il capo. ” Tu sorridi appena, perché è la risposta giusta e perché non lo è del tutto. Prendi le chiavi dal piattino dell’ingresso, apri la serratura, e prima di uscire senti la sua voce dietro di te, bassa e netta.

” Rimani con la mano sulla maniglia un secondo in più del necessario. Poi esci nel pianerottolo già pieno del giorno, con il caffè ancora caldo nello stomaco e nessuna promessa da portare con te. E proprio per questo sai che la distanza di poche ore pesa più di una notte intera.

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CAPITOLO 10 L’ASCENSORE CHE SI FERMA AL PIANO SBAGLIATO

L’ascensore si chiude alle tue spalle con un suono morbido, quasi educato, e per un attimo restate soli in uno spazio troppo piccolo per fingere disinteresse. Il corridoio dell’hotel è già alle spalle, la moquette assorbe il resto dei passi, e nella cabina rimangono solo il riflesso del pannello d’acciaio, il numero dei piani che si accende uno dopo l’altro, e il respiro di lui, più vicino di quanto la distanza meriti. Tu ti appoggi appena alla parete laterale.

Non perché ne hai bisogno, ma perché lì il corpo trova un pretesto per rallentare. Lui preme il pulsante del piano dell’appartamento con il dorso del dito, poi lascia la mano ferma sul corrimano per un istante troppo lungo. Ha ancora addosso quella calma che ti irrita e ti attira insieme: niente frasi inutili, niente sorrisi di scusa, solo un controllo quasi insolente del proprio spazio.

Quando l’ascensore si arresta con una lieve vibrazione, nessuno dei due parla subito. Le porte restano chiuse, ma la lancetta dei piani è bloccata tra due numeri, come se l’edificio avesse deciso di trattenervi nel punto esatto in cui la serata smette di obbedire. Lui alza appena il mento verso il pannello.

» La voce è bassa, asciutta. Tu guardi la fila dei tasti illuminati e poi il display spento sopra la porta. » «Si è fermato prima.

» La tua risposta arriva più lenta del dovuto, perché il problema tecnico è reale, ma non è quello che ti tiene fermo. » Lui si volta verso il pulsante d’allarme, poi verso il pannello. La luce fredda disegna il profilo della sua mandibola, la curva del collo, il punto in cui la camicia si apre appena al secondo bottone.

«Premo l’interfono. » La parola aspettare, detta così, fa il suo lavoro sul tuo sangue prima ancora che tu decida se sorridere. In quella cabina stretta, l’attesa non è neutra.

Ha peso. Ha odore di metallo, aria condizionata e pelle. Tu senti il calore del tuo stesso corpo salire sotto il tessuto, come se lo spazio ridotto avesse tolto il filtro alle cose.

Lui nota il tuo sguardo, ma

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non lo evita. » chiede. La domanda arriva senza enfasi, e proprio per questo ti costringe a rispondere con sincerità.

Tu scuoti la testa. «No. » Un angolo della sua bocca si muove appena.

Non è ancora un sorriso, è il segnale minimo di chi ha sentito il colpo e decide di non restituirlo subito. » Tu lasci correre un attimo il silenzio prima di parlare. In uno spazio così vicino, ogni parola sembra toccare prima di essere detta.

«Di come stai occupando questa cabina. » Lui abbassa lo sguardo sul tuo polso, poi risale al viso con una lentezza che ti costringe a restare immobile. » La risposta è immediata, troppo netta per essere prudente.

Tu la senti vera appena esce. » Lui inclina la testa di poco. Aspetta.

Ti lascia il margine di cui hai bisogno per non indietreggiare, ed è proprio quella cortesia controllata che rende tutto più difficile. Il tuo fiato si fa più corto, non per mancanza d’aria ma per la consapevolezza precisa che bastano pochi centimetri, in quel momento, a cambiare il tono della stanza. L’altoparlante dell’interfono gracchia una volta, poi tace.

Nessuna voce risponde. Il guasto è più serio del previsto o semplicemente c’è troppo traffico per intervenire subito. Tu guardi la piccola telecamera sopra la porta, poi lui.

» La frase dovrebbe suonare secca. Invece pesa come una constatazione che ha già scavalcato il tecnico e toccato altro. » Tu lasci andare un mezzo respiro.

» Questa volta il sorriso arriva, breve e reale, appena visibile. » La cabina si riempie di un silenzio più denso, non imbarazzato ma carico di qualcosa che non ha ancora trovato una forma. Il display sopra la porta continua a ignorarvi.

Tu avverti il bordo metallico del corrimano dietro la schiena, la vicinanza del suo braccio, il modo in cui il suo corpo resta composto senza essere distante. È una combinazione che ti sposta dentro più di qualunque gesto esplicito. » La sua voce è sempre calma.

Tu lo osservi un secondo di troppo. »

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Per la prima volta, lui non replica subito. Si limita a guardarti come se quella frase avesse un peso preciso, e lo avesse spostato da una parte all’altra della cabina. Poi annuisce appena. «Va bene.» Nessuno dei due si muove. Il piano sbagliato non ha aperto una porta nuova, ma ha fatto molto peggio: ha tolto al momento ogni copertura di normalità. E tu capisci, con una nitidezza che non concede ripensamenti, che da lì uscirai con una distanza diversa da quella con cui sei entrato.

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PARTE II AVVICINARSI SENZA TOCCARSI

La camicia che lui ha lasciato sulla sedia ha ancora il suo odore, pulito e caldo, e tu la prendi tra le dita prima ancora di decidere se ripiegarla. In cucina, la luce del mattino taglia il piano di lavoro e il telefono vibra sul marmo, una volta soltanto. Lui: “Hai lasciato qualcosa da me.” Tu leggi il messaggio due volte, poi guardi il bicchiere mezzo pieno accanto al lavello, come se potesse dirti se rispondere subito o no. Quando il campanello suona, non ti muovi di scatto. Apri con la camicia ancora in mano, e lui resta sull’uscio con il giubbotto slacciato, i capelli appena spettinati, lo sguardo diretto addosso a te. Non entra subito. Ti guarda le dita sul tessuto, poi alza appena il mento. “Posso?” chiede, e la voce è bassa, precisa. Tu fai un passo indietro e lasci la porta aperta abbastanza da essere una scelta, non un invito distratto. Lui attraversa la soglia senza sfiorarti, ma il corridoio si riempie comunque della sua presenza.

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CAPITOLO 11 LA CAMICIA DIMENTICATA SULLA SEDIA

La camicia è piegata male sullo schienale della sedia, con un colletto che cade di lato e una manica che sfiora il legno come se qualcuno l’avesse lasciata lì in fretta, senza pensarci troppo. Tu la vedi appena entri in cucina, ancora con il caffè del mattino addosso e il telefono in mano. Non è un oggetto importante, e proprio per questo ti prende allo stomaco: è un resto preciso della notte prima, un segno piccolo ma inequivocabile che lui è stato davvero qui, che il suo passaggio ha lasciato traccia nei tuoi spazi.

La prendi tra le dita e il tessuto conserva ancora un odore pulito, caldo, con quella nota neutra di detersivo che non cancella del tutto la presenza di chi l’ha indossata. La tieni sospesa un istante, come se aspettassi che ti desse un’istruzione. Invece la cucina resta ferma, con la luce obliqua che entra dalla finestra e cade sul piano di lavoro, sul lavello, sulla tazza lasciata a metà.

Il silenzio non è vuoto: è pieno di cose che non avete detto. Quando il telefono vibra sul tavolo, tu non sussulti. Guardi lo schermo, poi la camicia, poi di nuovo il nome che compare nella notifica.

” La frase ti strappa un mezzo sorriso, perché non è un messaggio casuale. È il modo in cui ti dice che sa esattamente cosa hai tra le mani, e che ha deciso di non fingere disattenzione. Tu rispondi dopo qualche secondo.

“Forse. ” La invii e resti a fissare la chat, sentendo il pollice pesarti sul vetro. Non c’è nulla di ingenuo in quello scambio, eppure non c’è neppure la sicurezza di chi sa già dove andrà a finire.

È questo che ti tiene lì: il margine stretto tra una battuta e una concessione. Il campanello suona una volta sola. Quando apri, lui è sull’uscio con la giacca ancora addosso e il respiro appena più corto del normale, come se avesse fatto il tragitto veloce per il semplice fatto che sapeva di averti lasciato qualcosa.

Non entra subito. Prima abbassa gli occhi sulla camicia che hai in mano, poi li rialza su di te con una calma che non elimina la tensione, la rende solo più netta. “L’hai tenuta in ostaggio,” dice.

“È rimasta qui da sola,” rispondi tu. ” Lui accenna un sorriso, ma non si avvicina ancora.

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Rimane sulla soglia, come se volesse che la distanza tra voi restasse visibile, misurabile. È un gesto preciso, quasi educato. Ed è proprio per questo che pesa.

Tu gli porgi la camicia senza parlare, ma lui non la prende subito. Le sue dita sfiorano appena il tessuto, poi restano ferme, a un soffio dalle tue. Non è un tocco, è una scelta trattenuta.

E quel trattenersi dice più di quanto direbbe una mano posata altrove. ” chiede. La domanda arriva semplice, senza teatralità, e tu la senti per quello che è: non una formalità, ma un confine nominato ad alta voce.

Tu lo guardi, lasciando che il momento duri abbastanza da non sembrare automatico. “Sì,” dici infine. ” Lui oltrepassa la soglia solo dopo il tuo sì.

La porta si chiude alle sue spalle con un colpo lieve, e la stanza cambia consistenza, come se l’aria si fosse fatta più densa. Appoggia la camicia sul bordo del tavolo, non su una sedia qualunque, ma proprio davanti a te, quasi volesse restituirle il posto da cui è partita la distanza fra voi. Poi si sfila la giacca e la posa con cura sullo schienale libero, ripetendo lo stesso gesto che tu hai fatto poco prima con il tessuto, ma in modo opposto: lui organizza, tu osservi.

“Mi hai scritto senza mandarmi via,” dice. “Non avevo deciso quello,” rispondi. ” La frase resta sospesa tra voi per un attimo breve e teso.

Tu senti il desiderio come una cosa concreta, non come un pensiero vago: è nella vicinanza del suo corpo, nel modo in cui la sua presenza occupa la cucina senza invaderla, nel fatto che aspetti ancora un suo movimento prima di fare il successivo. Ti accorgi che stai stringendo la camicia con più forza del necessario e la lasci andare subito, come se quel dettaglio bastasse a tradirti. Lui se ne accorge, ma non commenta.

Si limita a dirti: “Se vuoi che resti solo il tempo di un caffè, lo faccio. ” Tu abbassi lo sguardo per un istante, poi lo rialzi. “Intanto siediti,” dici.

” Lui obbedisce, ma lo fa lentamente, senza perdere di vista il tuo viso. E tu capisci che la mattina non ha cancellato nulla: ha solo spostato la tensione in un luogo più affilato, più lucido, dove ogni gesto deve essere scelto.

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CAPITOLO 12 DIRE COSA VUOI SENZA DIRLO

La mattina ti trova ancora in quella specie di sospensione che segue certe serate: non hai dormito male, ma non hai nemmeno riposato davvero, come se il corpo fosse rimasto in ascolto. Sul tavolo della cucina c’è la tazza ormai fredda, accanto al telefono che hai lasciato a faccia in giù per non controllarlo ogni due minuti. Quando finalmente vibra, il suono è breve, quasi trattenuto.

” Tu leggi il messaggio una volta sola e poi un’altra, senza rispondere subito. Non è l’orario a trattenerti, né la proposta in sé. È quel “se ti va” che ti costringe a scegliere con la stessa cura con cui, la sera prima, avevi scelto di non allungare la mano per primo.

Non ti sta chiedendo solo di vedervi. Ti sta lasciando spazio per dire di sì senza regalargli niente di troppo facile. ” Invii la risposta e resti immobile, con il pollice ancora sullo schermo.

Avresti potuto aggiungere un’emoji, una battuta, una frase qualunque per alleggerire il tono. Invece no. Quella secchezza controllata è già una forma di risposta, e lo sai.

Ti alzi, apri la finestra e lasci entrare l’aria tagliente del pomeriggio, poi ti rendi conto che stai riordinando il piano di lavoro senza motivo: il barattolo del caffè al suo posto, il cucchiaino allineato, il bicchiere sciacquato e capovolto sul panno. Tutto sembra più composto di quanto tu ti senta. Quando suona il campanello, non vai ad aprire di corsa.

Ti prendi un secondo, abbastanza per respirare e abbastanza per capire che non vuoi apparire in attesa, anche se lo sei. Lui è sull’uscio con il giubbotto ancora addosso, i capelli leggermente umidi di pioggia, il volto pulito di chi ha attraversato la città senza usare il viaggio come scusa per presentarsi stanco. “Pensavo di essere in anticipo,” dice.

” Entra solo dopo che fai un passo indietro. Non ti sfiora, ma la sua presenza riempie subito l’ingresso, come se avesse occupato il corridoio con il solo modo in cui tiene le spalle. Tu chiudi la porta e restate un momento senza fare nulla di più.

È lì che ti accorgi di quanto conti il modo in cui vi parlate: lui non riempie il silenzio, non lo forza; tu non lo rompi subito, e proprio per questo la tensione rimane viva, precisa, quasi

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