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Copertina di SESSANTANNI E NON SENTIRLI

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Narrativa contemporanea · Famiglia e relazioni · Crescita personale

SESSANTANNI E NON SENTIRLI

La giovinezza dell'anima

Scritto da Vincenza Scileppi

112 pagine0 lettoriNuovo nel catalogo

. Il cuore di questo libro è un messaggio chiaro: i sessant’anni non segnano la fine di nulla, ma l’inizio di una stagione che può essere la più luminosa e appagante. È l’età in cui ci si libera da catene invisibili, in cui l’anima ringiovanisce e impara ad assaporare il presente

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A sessant ’ anni, io sento di vivere una seconda giovinezza proprio grazie a questo atteggiamento. Non è più la giovinezz a del corpo, che ha i suoi limiti, ma quella dell ’ anima e della mente, che non conoscono confini se non quelli che imponiamo noi stesse. Quando mi dedico a qualcosa che mi appassiona, quando scopro qualcosa di nuovo, sento una freschezza interiore che canc ella l ’ idea di essere “ troppo avanti con gli anni ”.

Vi invito, quindi, a fare un piccolo esercizio. Chiedetevi: qual è l ’ ultima volta che avete fatto qualcosa per la prima volta? Non importa se grande o piccolo. Può essere leggere un autore mai affrontato, provare una ricetta nuova, imparare a usare un programma sul computer, avvicinarsi a una pratica di meditazione. Ogni “ prima volta ” è un seme che alimenta la giovinezza della vostra mente.

Concludendo, posso dirvi con certezza che la vera fonte di giovine zza non sta nei cosmetici, nelle diete miracolose o nelle promesse di eterna bellezza esteriore. Sta nella mente, nella sua infinita capacità di rinnovarsi e di sorprendere. La curiosità è l ’ acqua che irriga questo terreno, impedendo che si secchi e inarid isca. E più la coltiviamo, più ci rendiamo conto che l ’ età anagrafica è solo un dettaglio, mentre la giovinezza interiore è una scelta quotidiana, possibile a qualsiasi età.

Vi mostro perché i sogni non hanno data di scadenza

Per troppo tempo ci hanno fatto credere che i sogni appartengano solo ai giovani, come se la capacità di immaginare, progettare e desiderare fosse un privilegio confinato ai vent ’ anni. A sessanta, invece, i sogni assumono un significato nuovo: non sono più castelli in aria da rinco rrere con ingenuità, ma semi di consapevolezza che possiamo scegliere di piantare nel terreno fertile della nostra esperienza. Perché, e questo ve lo dico con certezza, i sogni non hanno data di scadenza.

Se ci pensate bene, i sogni sono l ’ essenza stessa d ella vita. Ci spingono avanti, ci danno energia, ci fanno alzare la mattina con un obiettivo, piccolo o grande che sia. Senza sogni, rischiamo di vivere in automatico, come se ogni giorno fosse la copia sbiadita del precedente. Ma quando custodiamo un sogn o dentro di noi, anche a sessant ’ anni, scopriamo che la vita può ancora sorprenderci e regalarci nuovi inizi.

Ricordo bene quando, arrivata a questa età, qualcuno mi disse con un sorriso bonario: “ Ormai hai già fatto tutto, ora goditi il riposo ”. Io sorris i, ma dentro di me pensai che non mi sentivo affatto alla fine di qualcosa.

Anzi, sentivo che stava iniziando una fase nuova, in cui finalmente potevo concedermi il lusso di inseguire desideri che avevo accantonato per troppo tempo. Uno di questi era viagg iare senza frenesia, scoprire luoghi non come turista, ma come esploratrice lenta e curiosa. Quando ho realizzato questo sogno, anche in piccole tappe, ho provato la stessa emozione che ricordavo da ragazza. Era la conferma che i sogni non si consumano con gli anni: restano lì, pronti a rinascere quando decidiamo di dar loro spazio.

La psicologia conferma questa verità. Gli studiosi parlano spesso di progettualità, cioè la capacità di avere obiettivi futuri. È dimostrato che chi coltiva progetti, anche semp lici, mantiene più a lungo entusiasmo, resilienza e benessere psicologico. Al contrario, chi smette di sognare e si convince che “ ormai è tardi ” tende a sperimentare un declino emotivo e cognitivo. È come se la mente, privata di una direzione, si spegnesse a poco a poco. Questo ci dice chiaramente che i sogni non sono un lusso, ma un nutrimento essenziale, anche – e soprattutto – a sessant ’ anni.

Ho incontrato donne che a settant ’ anni hanno deciso di scrivere un libro, altre che hanno aperto piccole attività artigianali, altre ancora che hanno ripreso in mano strumenti musicali abbandonati da decenni. Ognuna di loro mi ha detto la stessa cosa: “ Mi sento viva come non mi sentivo da anni ”. Non è la realizzazione materiale del sogno a contare, ma il processo ste sso di inseguirlo, l ’ energia che si sprigiona quando ci concediamo di desiderare.

Per coltivare i sogni a questa età serve però un ingrediente particolare: la libertà interiore. Non dobbiamo più inseguire le aspettative degli altri o adeguarci a ciò che “ d ovrebbe ” essere fatto. Possiamo scegliere sogni autentici, quelli che risuonano con la nostra vera essenza. Possono essere grandi, come cambiare città o intraprendere un nuovo percorso di studi, oppure minuscoli, come imparare a cucinare un piatto che ci h a sempre incuriosite. Non importa la dimensione: ciò che conta è il significato che portano nella nostra vita.

Qualcuna di voi potrebbe chiedersi: “ E se fosse troppo tardi? ”. Io vi rispondo così: non esiste “ troppo tardi ” quando si tratta di vivere con pie nezza. Certo, alcune strade richiedono adattamenti. Non posso diventare ballerina professionista a sessant ’ anni, ma posso iscrivermi a un corso di danza e provare la gioia del movimento. Non posso fare il giro del mondo in barca a vela se non l ’ ho mai fatt o prima, ma posso concedermi crociere o esperienze che avvicinino quel sogno. La chiave è trasformare i

desideri in possibilità concrete, rispettando i nostri limiti ma senza rinunciare all ’ essenza del sogno.

Anche le neuroscienze ci spiegano che coltivare obiettivi stimola circuiti cerebrali legati alla motivazione e alla gratificazione. Ogni volta che ci impegniamo in un progetto, il cervello rilascia dopamina, l ’ ormone del piacere, che alimenta vitalità e buon umore. Questo effetto è indipendente dall ’ et à: funziona allo stesso modo a venti come a sessanta, se scegliamo di attivarlo.

Io credo che i sessant ’ anni siano, in realtà, un terreno ideale per i sogni. Abbiamo alle spalle esperienze che ci danno forza, non siamo più ingenue né sprovvedute. Sappiamo cosa conta e cosa no, conosciamo i nostri valori, sappiamo riconoscere la differenza tra i desideri autentici e le illusioni passeggere. E proprio questa maturità rende i nostri sogni più profondi, più veri, più in sintonia con chi siamo diventate.

Per que sto vi dico: non abbiate paura di sognare ancora. Lasciate che la vostra immaginazione vi indichi nuove direzioni. Scrivete i vostri desideri, anche i più semplici, e concedetevi il piacere di realizzarne qualcuno, passo dopo passo. Non serve che il sogno sia grande per farvi sentire vive; basta che sia vostro, che nasca dal vostro cuore e non dalle aspettative altrui.

E ricordate: i sogni non si consumano col tempo, non scadono come prodotti sugli scaffali. Al contrario, spesso maturano insieme a noi, aspe ttano pazienti che arrivi il momento giusto per sbocciare. A sessant ’ anni, quel momento può essere finalmente arrivato.

Vi mostro che la vitalità nasce da piccole abitudini quotidiane, non da grandi rivoluzioni

C ’ è un equivoco che spesso ci accompagna quando pensiamo al cambiamento e, in particolare, alla vitalità. Ci convinciamo che per sentirci piene di energia, motivate o persino ringiovanite servano rivoluzioni epocali: trasferirsi in un altro Paese, cambiare radicalmente stile di vita, stravolgere routine consolidate. Ma a sessant ’ anni – e io ne sono la prova vivente – scopriamo che non è così. La vera vitalità non nasce dai colpi di scena spettacolari, ma da piccole scelte quotidiane, da gesti ripetuti con costanza, capaci di nutrire il corpo e l ’ a nima.

Vi faccio un esempio semplice: ogni mattina ho iniziato a dedicare dieci minuti al respiro consapevole. Non parlo di meditazioni complicate o di tecniche elaborate, ma di un momento in cui mi siedo in silenzio, chiudo gli occhi e mi concentro solo su ll ’ aria che entra ed esce. In quei dieci minuti, il mio corpo si rilassa, la mente si calma e la giornata assume un ritmo diverso. Non è stata una rivoluzione, ma una piccola abitudine che ha cambiato la qualità del mio tempo.

La scienza ci conferma che so no proprio queste abitudini a fare la differenza. Gli studi sulla neuroplasticità – la capacità del cervello di modificarsi e creare nuove connessioni – ci dicono che la costanza è più potente dell ’ intensità. Non serve fare sforzi enormi una volta ogni tan to; serve ripetere piccoli comportamenti ogni giorno. È così che si consolidano nuovi schemi mentali, che si rinforza l ’ autostima, che si costruisce energia interiore.

Molte di noi hanno pensato, almeno una volta, di dover iniziare diete drastiche, program mi di allenamento massacranti o rivoluzioni personali improvvise per sentirsi meglio. Ma quasi sempre queste strategie non funzionano a lungo, perché ci sovraccaricano e finiscono per sfinirci. Al contrario, bastano piccoli aggiustamenti quotidiani: una pa sseggiata di mezz ’ ora al mattino, una colazione più equilibrata, un ’ ora dedicata alla lettura invece che alla televisione. Sono azioni minime, ma nel tempo hanno un impatto enorme.

C ’ è anche un altro aspetto che voglio condividere con voi: le piccole abitu dini ci restituiscono un senso di padronanza sulla vita. A sessant ’ anni possiamo non controllare tutto – e in realtà non lo abbiamo mai potuto – ma possiamo decidere di coltivare routine che ci fanno bene. Questo “ potere delle piccole scelte ” diventa una b ussola che rafforza la fiducia in noi stesse.

Vi racconto un aneddoto personale. Qualche anno fa, quando mi sentivo stanca e svuotata, pensavo che avrei dovuto fare qualcosa di grande per ritrovare energia. Poi ho cominciato con un gesto semplice: camminar e ogni sera mezz ’ ora, senza telefono, solo con i miei pensieri. All ’ inizio sembrava banale, quasi inutile. Ma dopo qualche settimana ho notato che dormivo meglio, che mi svegliavo con più voglia di fare, che persino le mie conversazioni con gli altri erano più leggere. Era nata una nuova vitalità, non da un cambiamento epocale, ma da una piccola abitudine che aveva messo radici nella mia quotidianità.

La vitalità, dunque, non è questione di età, ma di come scegliamo di vivere il nostro tempo. Ogni giorno po ssiamo piantare semi di energia: bere più acqua, sorridere a una persona sconosciuta, scrivere tre cose per cui ci sentiamo grate, ascoltare una canzone che ci emoziona, cucinare un piatto colorato e sano. Sono gesti semplicissimi, ma hanno un effetto cumu lativo che sorprende.

Vorrei che rifletteste con me su questo: se oggi introdurrete anche solo una piccola abitudine nuova, qualcosa che nutre il corpo o la mente, fra un anno quella scelta avrà trasformato la vostra vita più di qualsiasi rivoluzione impro vvisa. Le grandi rivoluzioni spesso consumano, le piccole abitudini invece costruiscono.

Ecco perché vi invito a guardare la vostra quotidianità con occhi diversi. Non chiedetevi solo “ Cosa potrei cambiare di grande? ”. Domandatevi piuttosto: “ Quale piccolo gesto potrei introdurre o rafforzare che mi faccia stare meglio? ”. È lì che nasce la vitalità, è lì che si nasconde la vera forza del tempo che viviamo.

Perché a sessant ’ anni, più che mai, comprendiamo che non dobbiamo dimostrare nulla al mondo: dobbiamo solo prenderci cura di noi stesse, con costanza e con amore.

Vi invito a scoprire la gioia di restare aperti alla meraviglia

Arrivare a sessant ’ anni, per molte di noi, significa aver visto e vissuto tanto: gioie, dolori, successi, fallimenti, viaggi, incontri, addii. È facile pensare, a questo punto, di avere già visto tutto, di conoscere la vita abbastanza da non stupirci più. Eppure, se c ’ è una scoperta che considero preziosa, è questa: la capacità di meravigliarsi non appartiene all ’ infanzia soltant o, ma può essere coltivata a qualsiasi età. È anzi proprio in età matura che la meraviglia diventa una chiave per rinnovare lo sguardo e riaccendere la vitalità interiore.

La meraviglia è uno stato mentale e fisico. Dal punto di vista scientifico, gli psic ologi parlano di “ awe ”, quella sensazione di stupore che ci coglie davanti a un tramonto mozzafiato, a una melodia che ci attraversa, a un gesto di gentilezza inaspettato. Questo stato non è solo poetico: attiva aree precise del cervello, favorisce la prod uzione di dopamina e serotonina, gli ormoni del benessere, e perfino rafforza il sistema immunitario. In altre

parole, restare aperte alla meraviglia non è un lusso per anime romantiche, ma un vero alleato di salute e longevità.

Ma perché a volte smettiamo di meravigliarci? Forse perché, crescendo, ci abituiamo a dare tutto per scontato. Ci svegliamo, facciamo colazione, attraversiamo le giornate in automatico, come se nulla potesse più sorprenderci. È come se indossassimo occhiali opachi che ci impediscono di cogliere i colori intorno. Eppure basta poco per cambiare prospettiva.

Vi racconto un ’ esperienza personale. Una mattina, mentre camminavo nel parco vicino casa, ho deciso di rallentare e di osservare davvero ciò che mi circondava. Non avevo fretta, non pensavo ad altro. In pochi minuti ho notato dettagli che da tempo non vedevo: la rugiada sulle foglie, il canto insistente di un merlo, il profumo di terra umida. Mi sono sentita pervasa da un senso di gratitudine e di connessione con il mondo che mi ha a ccompagnata per tutto il giorno. Ecco cos ’ è la meraviglia: un modo per riconnettersi al presente, con occhi nuovi.

Restare aperte alla meraviglia non significa inseguire esperienze straordinarie o viaggi esotici. Significa allenarsi a riconoscere la bellez za nelle piccole cose: una risata condivisa, un fiore che sboccia sul balcone, una frase che ci tocca nel profondo. La meraviglia è un ’ arte di attenzione, e come ogni arte si può coltivare.

La psicologia positiva suggerisce alcuni esercizi semplici per all enarla. Uno di questi è il “ giornale della meraviglia ”: ogni sera scrivere almeno una cosa che ci ha stupite o che ci ha fatto sorridere durante la giornata. Possono essere dettagli minuscoli, come un bambino che corre spensierato, una nuvola dalla forma i nsolita, una parola gentile ricevuta inaspettatamente. Nel tempo, questo allenamento educa la mente a cercare e riconoscere la bellezza.

C ’ è anche un altro beneficio: la meraviglia ci rende più umili. Davanti a un cielo stellato, alla vastità del mare o an che solo a un gesto di pura bontà, ci ricordiamo che siamo parte di qualcosa di più grande. Questo senso di connessione riduce lo stress, scioglie l ’ egocentrismo e ci restituisce la leggerezza.

A sessant ’ anni, custodire la meraviglia significa anche regala rci la possibilità di stupirci di noi stesse. Quante volte avete pensato “ ormai non fa più per me ”? E poi, un giorno, vi siete sorprese a ballare, a imparare un ’ abilità nuova, a emozionarvi come adolescenti. Questi momenti dimostrano che non è mai troppo t ardi per restare curiose, vive, aperte.

Vi invito, quindi, a fare un piccolo esperimento: domani, concedetevi dieci minuti per guardare il mondo come se fosse la prima volta. Guardate il volto di una persona cara, il colore del cielo, il sapore del caffè. Scegliete un dettaglio e lasciate che vi sorprenda. Scoprirete che la meraviglia non è altrove: è già qui, ogni giorno, pronta a rinascere in voi.

Perché, alla fine, la giovinezza dell ’ anima non è altro che questo: la capacità di restare aperte, di non sme ttere mai di stupirci. E io credo che a sessant ’ anni questa sia la forma più autentica e luminosa di libertà.

Vi accompagno a riscoprire la forza della gratitudine

Se dovessi scegliere una parola che ha trasformato la mia vita dopo i sessant ’ anni, sceglie rei senza esitazione “ gratitudine ”. Non perché prima non sapessi cosa fosse, ma perché oggi la vivo in maniera diversa, più consapevole, più profonda, quasi come una bussola interiore che mi orienta nelle giornate. Vi accompagno, dunque, a riscoprire insie me a me questa forza semplice e potente, che non è solo un ’ emozione, ma una vera e propria pratica di benessere.

Spesso pensiamo alla gratitudine come a un grazie detto al volo, quasi meccanico. Ma la gratitudine autentica è qualcosa di molto più grande. È la capacità di fermarci, di riconoscere ciò che abbiamo e di sentire, dentro di noi, che ogni piccolo dono quotidiano è prezioso. È un atto che rallenta il tempo e che ci fa guardare la vita con occhi più morbidi.

La scienza ci aiuta a comprendere quanto sia importante questo atteggiamento. La psicologia positiva, una disciplina che studia ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ha dimostrato che coltivare la gratitudine aumenta la felicità, riduce i livelli di stress e rafforza le relazioni. Alcuni studi hanno addirittura rilevato che scrivere ogni sera tre cose per cui ci sentiamo grate migliora la qualità del sonno e rafforza il sistema immunitario. È straordinario pensare che un atto così semplice possa avere effetti così concreti sul corpo e sul la mente.

Io stessa ho iniziato, qualche anno fa, un piccolo rituale serale: prima di andare a dormire scrivo tre motivi di gratitudine della giornata. Non sempre sono grandi eventi, anzi, spesso sono dettagli minuscoli: un caffè sorseggiato con calma, il sorriso di mia nipote, il profumo di una torta appena sfornata. Ma proprio questi dettagli, messi insieme giorno dopo

giorno, hanno cambiato il mio sguardo. Ho iniziato a vivere meno incentrata su ciò che mancava e più attenta a ciò che c ’ era già.

La grati tudine ha anche un altro effetto meraviglioso: ci sposta dal passato o dal futuro al presente. Quando ringraziamo, anche solo mentalmente, per qualcosa che stiamo vivendo, siamo costrette a fermarci e a stare lì, in quell ’ istante. È un modo per radicarci n el qui e ora, per sentirci parte del flusso della vita invece che spettatrici distratte.

Ma c ’ è di più. La gratitudine rafforza i legami con le persone intorno a noi. Dire grazie con sincerità, esprimere apprezzamento, far sapere agli altri che li riconosc iamo e che contano per noi è un atto che costruisce connessione. E a sessant ’ anni, quando le relazioni diventano il vero tesoro da custodire, questa consapevolezza diventa fondamentale.

Voglio anche sfatare un mito: essere grate non significa ignorare le d ifficoltà o fingere che tutto sia perfetto. La gratitudine non è cieca, non è una maschera. È la capacità di guardare in faccia le sfide, i dolori, persino le perdite, e riuscire comunque a riconoscere ciò che resta, ciò che sostiene, ciò che ci fa andare avanti. È un atto di forza, non di ingenuità.

A sessant ’ anni, io sento che la gratitudine diventa anche una forma di libertà. Non inseguo più ciò che non ho, non mi misuro con i modelli imposti dagli altri. Mi concentro su ciò che è mio, sul valore unico d elle mie esperienze, delle persone che mi circondano, delle emozioni che provo. Questo mi alleggerisce, mi rende più luminosa, più viva.

Vi invito allora a sperimentare con me. Ogni sera, scrivete tre cose per cui vi sentite grate. Non importa quanto picco le o grandi siano. Potrebbe essere una telefonata ricevuta, il colore del cielo al tramonto, un ricordo che vi ha fatto sorridere. Dopo qualche settimana, vi accorgerete che la vostra mente inizierà spontaneamente a cercare motivi di gratitudine durante la giornata. Sarà come indossare lenti nuove, che mettono in risalto la bellezza nascosta nelle pieghe della vita.

Perché la gratitudine è questo: non un atto sporadico, ma una pratica quotidiana che ci permette di scoprire che, anche quando tutto sembra inc erto, c ’ è sempre qualcosa per cui dire grazie. Ed è in quel grazie che si accende una forza silenziosa, capace di nutrire l ’ anima e farci sentire giovani, leggere, presenti.

Vi racconto come la gentilezza è diventata il mio superpotere

Se mi avessero detto, molti anni fa, che la gentilezza sarebbe diventata la mia forza più grande, avrei sorriso con un certo scetticismo. Come molte di voi, anch ’ io sono cresciuta in un mondo che spesso associa la forza all ’ essere dure, competitive, capaci di resistere s enza piegarsi. La gentilezza, invece, veniva vista come una debolezza, quasi come un segno di ingenuità. Eppure, oggi, a sessant ’ anni, posso dirvi con certezza che la gentilezza è diventata il mio superpotere.

Non parlo di una gentilezza superficiale, fatta di formalità o di parole di circostanza. Parlo di una gentilezza autentica, scelta consapevolmente, che nasce dal cuore e che ha la forza di cambiare il modo in cui vivo e il modo in cui gli altri mi vedono. Questa gentilezza non mi rende vulnerabile , anzi: mi rende solida, centrata, capace di affrontare il mondo con una calma che un tempo non conoscevo.

La scienza ci offre spiegazioni interessanti su questo. Gli studi dimostrano che praticare la gentilezza stimola la produzione di ossitocina, l ’ ormon e che favorisce la connessione e la fiducia. Ogni atto di gentilezza, anche piccolo, ha effetti positivi sia su chi lo compie sia su chi lo riceve. Riduce la pressione sanguigna, abbassa i livelli di cortisolo – l ’ ormone dello stress – e migliora l ’ umore. È come se il nostro corpo fosse programmato per fiorire quando scegliamo di essere gentili.

Nella mia vita, ho sperimentato questa verità in tanti modi. Un giorno, in fila alla cassa del supermercato, ho lasciato passare una ragazza che aveva in mano solo due prodotti. Non era un gesto straordinario, ma il sorriso che mi ha rivolto ha illuminato la mia giornata. Ho capito che la gentilezza crea un circolo virtuoso: più la esercitiamo, più la riceviamo. È una forza che si moltiplica, che non si esaurisce mai .

Essere gentile, oggi, significa per me vivere con leggerezza. Non perché ignoro le difficoltà, ma perché scelgo di non aggiungere durezza a un mondo che ne ha già tanta. La gentilezza è la mia risposta alla fretta, all ’ aggressività, alle incomprensioni. Quando qualcuno mi tratta con impazienza, io scelgo di non reagire con rabbia, ma di respirare e rispondere con calma. Non sempre è facile, ma ogni volta che ci riesco, sento di aver guadagnato un pezzetto di serenità.

La gentilezza è diventata anche un mo do per prendermi cura di me stessa. Per anni sono stata severa con i miei errori, giudicante verso le mie fragilità. Oggi, invece, scelgo di trattarmi con la stessa tenerezza che riservo alle persone a cui voglio bene. Mi dico parole gentili, mi concedo il diritto di sbagliare, celebro i miei piccoli progressi. Questa auto - gentilezza ha cambiato il modo in cui mi guardo allo specchio e il modo in cui affronto le sfide quotidiane.

Forse vi sorprenderà sapere che la gentilezza ha un effetto diretto anche sul nostro senso di giovinezza interiore. Quando siamo gentili, non ci sentiamo appesantite da rancori, non rimaniamo intrappolate nel giudizio. È come se la gentilezza spianasse le rughe dell ’ anima, lasciando spazio a freschezza, curiosità, apertura. Ecco per ché la considero il mio superpotere: perché mi permette di restare giovane dentro, anche quando gli anni avanzano.

Vorrei invitarvi a un piccolo esercizio. Domani scegliete di compiere un atto di gentilezza consapevole: un complimento sincero, una telefona ta a una persona sola, un gesto semplice che faccia sentire qualcuno visto e accolto. Poi fermatevi un momento a osservare come vi sentite. Vi accorgerete che la gentilezza non è solo un dono per gli altri, ma soprattutto per voi stesse.

La gentilezza non cambia il mondo intero, lo so. Ma cambia il nostro mondo interiore, lo illumina, lo rende più abitabile. E se a sessant ’ anni posso contare su un superpotere, non è la forza fisica o la resistenza ostinata: è la capacità di scegliere la gentilezza ogni volt a che posso. Perché è in quella scelta che ritrovo la mia energia, la mia leggerezza, la mia gioia di vivere.

Perfetto, sviluppiamo questo nuovo sottocapitolo con lo stesso stile narrativo e scientifico - conversazionale, al femminile, per accompagnare le le ttrici in un viaggio profondo e luminoso.

Come l ’ amore, in tutte le sue forme, continua a rinnovare l ’ anima Se c ’ è una parola che attraversa tutta la nostra vita, dalla nascita fino all ’ ultimo respiro, è amore. Lo cerchiamo, lo doniamo, lo perdiamo, lo r itroviamo, lo trasformiamo. Spesso pensiamo all ’ amore solo nella sua veste romantica, ma a sessant ’ anni ho imparato che l ’ amore è molto di più: è un ’ energia che prende infinite forme, e che ha il potere straordinario di rinnovare la nostra anima, ogni gior no, in ogni stagione della vita.

L ’ amore romantico, certo, può restare una fonte di gioia e di vitalità. Non è mai troppo tardi per innamorarsi, per condividere emozioni, per riscoprire la complicità. Ho conosciuto donne che hanno trovato un nuovo amore do po i sessanta, e vi assicuro che nei loro occhi brillava la stessa luce delle adolescenti. Ma l ’ amore non si esaurisce lì. C ’ è l ’ amore per i figli e per i nipoti, che ci regala la meraviglia di vedere crescere nuove generazioni e di sentirci parte di un fi lo che non si spezza. C ’ è l ’ amore per le amiche, quelle con cui possiamo ridere fino alle lacrime o confidare i nostri pensieri più intimi. C ’ è l ’ amore per noi stesse, forse il più difficile da coltivare, ma anche il più necessario.

La scienza conferma ciò che spesso intuiamo: amare e sentirsi amate ha un effetto diretto sulla salute. Gli studi dimostrano che le persone che vivono relazioni affettive positive hanno livelli più bassi di stress, un cuore più sano e una maggiore longevità. L ’ amore, in qualunqu e forma, stimola la produzione di ossitocina, l ’ ormone che ci fa sentire in connessione, sicure, accolte. È un balsamo che calma, che nutre, che rigenera.

Io stessa ho imparato a non ridurre l ’ amore a una categoria ristretta. Lo sento quando abbraccio mia nipote, quando condivido un pranzo con un ’ amica, quando guardo mio marito che mi sorride da lontano, quando mi concedo il lusso di coccolarmi senza sensi di colpa. L ’ amore è anche nella dedizione a una passione, nella cura di un animale, nell ’ attenzione al mondo che ci circonda. È un ’ energia che non conosce età, che non si logora col tempo, ma che anzi si moltiplica quanto più scegliamo di viverla.

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