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Copertina di Tra noi, il tempo non conta

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Narrativa contemporanea · Famiglia e relazioni

Tra noi, il tempo non conta

Scritto da Vincenza Scileppi

146 pagine0 lettoriNuovo nel catalogo

Ci sono persone che entrano nella nostra vita senza aver bisogno di bussare. Sono già lì, appartengono alla nostra storia prima ancora che noi possiamo ricordarlo.

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Capitolo 4

Crescevamo insieme

Ci fu un periodo in cui i sette anni che ci separavano cominciarono a pesare sempre meno.

Da bambina avevo naturalmente percepito mia zia come più grande di me. Con l’adolescenza, invece, quella differenza sembrò accorciarsi. Io entravo in un’età nuova e lei era ancora abbastanza g iovane da ricordare perfettamente emozioni, curiosità e incertezze che per me stavano appena cominciando.

Fu allora che il nostro rapporto cambiò profondamente.

Non avvenne all’improvviso. Non ci fu un giorno preciso in cui smettemmo di essere soltanto zia e nipote per diventare anche due persone capaci di confidarsi.

Accadde vivendo.

Cominciammo a uscire insieme e quelle occasioni mi permisero di conoscerla in una maniera diversa. Non era più soltanto la ragazza della famiglia alla quale ero stata legata f in da piccola. Iniziavo a scoprire il suo carattere, il suo modo di pensare, ciò che le piaceva, ciò che la faceva sorridere.

E anche lei cominciava a conoscere una parte nuova di me.

Non ero più soltanto la nipotina che aveva visto crescere.

Stavo formand o il mio carattere, le mie opinioni, il mio modo di stare con gli altri. Avevo le mie amicizie, le mie curiosità e quelle prime emozioni che appartengono alla giovinezza.

Con lei potevo parlarne.

Questa fu forse una delle trasformazioni più belle del nostr o rapporto: arrivò la confidenza.

Parlavamo delle nostre amicizie, delle persone che frequentavamo, di quello che accadeva nelle nostre giornate. Ci raccontavamo episodi che agli occhi degli altri sarebbero potuti sembrare insignificanti, ma che per noi av evano il sapore della giovinezza.

E naturalmente c’erano anche le simpatie.

Qualche ragazzo poteva attirare la nostra attenzione. Poteva esserci uno sguardo diverso, una parola particolarmente gentile, qualcuno che ci faceva sorridere o che ci incuriosiva più degli altri.

Erano quelli che oggi chiamerei piccoli flirt.

Nulla di costruito, nulla di eccessivo.

Erano emozioni leggere, quelle che appartengono a un’età in cui basta poco per sentirsi improvvisamente diverse. Essere notate, ricevere un complimento, accorgersi che qualcuno cercava la nostra compagnia poteva diventare qualcosa da raccontare appena ci ritrovavamo.

E noi ce lo raccontavamo.

Con quella spontaneità che nasce quando si sa di essere comprese.

Potevamo sorridere, scherzare, commentare. Se qu alcuno ci piaceva non avevamo bisogno di nasconderlo l’una all’altra. Se una simpatia finiva nel nulla, potevamo riderne. Se qualcosa ci aveva emozionate, potevamo ammetterlo senza sentirci giudicate.

Eravamo giovani.

Ed è giusto ricordarci anche così.

Non voglio raccontare la nostra giovinezza come se fossimo state due ragazze estranee alle emozioni della nostra età. Sarebbe poco vero. Avevamo curiosità, desideri, voglia di vivere e di scoprire il mondo.

Ma avevamo anche ricevuto un’educazione rigorosa.

I valori con i quali eravamo cresciute erano solidi e profondamente radicati in noi. La famiglia ci aveva insegnato il rispetto, il senso della misura, la dignità personale e l’importanza di non confondere la libertà con il fare qualsiasi cosa.

Per questo qu elle simpatie rimanevano tali.

Potevano esserci il corteggiamento, la curiosità, un’emozione appena accennata, ma non sentivamo il bisogno di oltrepassare determinati limiti.

Non vivevamo quei principi come una gabbia.

Facevano parte del nostro modo di ess ere.

Certo, crescendo avremmo imparato a scegliere autonomamente quali insegnamenti portare con noi. Ma già allora sapevamo che il rispetto ricevuto in famiglia aveva lasciato qualcosa di importante dentro entrambe.

Questo non ci impediva di divertirci.

An zi.

Potevamo essere leggere senza essere superficiali.

Potevamo ridere, uscire, avere amici, essere corteggiate, provare una simpatia e poi tornare a casa con qualche storia da raccontarci.

E quelle confidenze crearono tra noi uno spazio che sentivo sicuro .

Non avevo paura che una mia parola diventasse motivo di giudizio. Non sentivo di dover apparire diversa da quella che ero. Potevo raccontarle una piccola emozione senza doverla trasformare in qualcosa di più grande.

Lei ascoltava.

Io ascoltavo lei.

Perch é questa è un’altra cosa che cambiò crescendo: il nostro rapporto cominciò a diventare veramente reciproco.

Da bambina ero stata soprattutto io a ricevere le sue attenzioni. Adesso anche lei poteva confidarmi qualcosa di sé.

Questo mi faceva sentire consid erata.

Non più soltanto protetta, ma riconosciuta come una persona con la quale condividere una parte del proprio mondo.

Era una sensazione nuova.

La confidenza, quando è autentica, non si misura dalla quantità di segreti che due persone si raccontano. Si misura dalla serenità con cui possono parlarsi.

Noi quella serenità l’avevamo trovata.

Non avevamo bisogno di trasformare ogni conversazione in qualcosa di importante. Potevamo parlare di un’amicizia, di una persona incontrata, di una simpatia o sempliceme nte ridere di qualcosa accaduto durante una giornata.

La profondità del nostro rapporto cominciava a vivere anche nella leggerezza.

Ed è una cosa che ho compreso pienamente soltanto da adulta.

Spesso si pensa che i rapporti importanti siano quelli nei qual i si affrontano continuamente argomenti seri. Non è così. Ci sono legami che diventano forti proprio perché sanno contenere tutto: una confidenza importante e una risata, una preoccupazione e una sciocchezza, un consiglio e un momento di puro divertimento.

Tra noi stava nascendo questa libertà.

Potevamo essere serie senza diventare pesanti.

Potevamo essere leggere senza diventare vuote.

Soprattutto, potevamo essere sincere.

Forse fu proprio la sincerità a far crescere tanto la nostra intesa.

Non sentivo la necessità di impressionarla. Lei mi conosceva da quando ero nata. Aveva visto la bambina che ero stata e adesso osservava la ragazza che stava emergendo.

Con lei non dovevo costruire un personaggio.

E anch’io cominciavo a vedere in lei qualcosa che da piccola non avrei potuto comprendere: la persona dietro il ruolo familiare.

Mia zia aveva le proprie emozioni.

Le proprie amicizie.

Le proprie simpatie.

I propri sogni.

La propria idea del futuro.

Scoprirlo ci avvicinò ancora di più, perché il nostro rappo rto smise di muoversi in una sola direzione.

Cominciavamo a raccontarci da donna a donna, anche se io donna ancora non lo ero completamente.

Stavo imparando a diventarlo.

E avere accanto lei rendeva quel passaggio più naturale.

Non pretendeva di sostituirs i ai miei genitori e non era questo il suo posto. I ruoli nella nostra famiglia erano chiari. Ma proprio perché non era mia madre e non apparteneva neppure completamente al mio gruppo di coetanei, con lei potevo trovare uno spazio diverso.

Era abbastanza v icina alla mia età da comprendere certe emozioni.

E abbastanza più avanti di me da averne già conosciute alcune.

Questa particolarità rendeva preziose le nostre conversazioni.

A volte non serviva nemmeno un consiglio.

Bastava raccontare.

Con gli anni ho capito quanto sia raro trovare qualcuno al quale si possa parlare senza aspettarsi necessariamente una soluzione. Ci sono momenti in cui non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica cosa fare. Abbiamo semplicemente bisogno di essere ascoltati.

Tra noi esisteva anche questo.

E mentre condividevamo quelle piccole cose, stavamo costruendo inconsapevolmente qualcosa che sarebbe diventato molto più importante quando la vita avrebbe cominciato a presentarci questioni ben diverse dai piccoli flirt della giovinezza.

Al lora non potevamo immaginarlo.

Non sapevamo ancora quali strade avremmo percorso.

Non sapevamo quali uomini avremmo scelto per costruire le nostre famiglie, quanti figli sarebbero arrivati o dove saremmo vissute.

Non conoscevamo le responsabilità che ci as pettavano.

Il futuro era ancora lontano e, come accade quando si è giovani, sembrava quasi infinito.

Avevamo il presente.

E nel nostro presente c’erano le uscite, le amicizie, le confidenze, qualche piccola emozione da raccontare e quella voglia di vivere che appartiene agli anni in cui tutto sembra ancora possibile.

Mi piace ricordare quel periodo senza abbellirlo.

Non servono episodi straordinari per renderlo importante.

La sua bellezza era nella normalità.

Due ragazze che parlavano.

Che si confidavano.

C he qualche volta avranno certamente sorriso per qualcuno che aveva attirato la loro attenzione.

Che potevano raccontarsi quelle emozioni senza vergogna e senza malizia.

Che avevano ricevuto principi severi, ma li portavano dentro senza rinunciare alla gioi a della propria età.

Quella era la nostra giovinezza.

E dentro quella giovinezza stava prendendo forma qualcosa che nessuna delle due aveva programmato.

Una fiducia adulta.

Non eravamo più unite soltanto perché appartenevamo alla stessa famiglia.

Ci cercav amo perché avevamo piacere di stare insieme.

Ci raccontavamo perché sapevamo ascoltarci.

Custodivamo ciò che ci veniva confidato perché avevamo imparato il valore della discrezione.

E ci rispettavamo abbastanza da lasciare all’altra la libertà di essere se stessa.

Fu così che, senza dichiararlo, cominciammo a diventare amiche.

Non un’amicizia nata da un incontro casuale, come accade normalmente.

La nostra aveva radici molto più lontane.

Prima eravamo state una giovane zia e la sua piccola nipote.

Poi due ragazze capaci di ridere delle stesse cose.

Adesso stavamo imparando a conoscerci dentro.

Un giorno le nostre conversazioni avrebbero avuto contenuti completamente diversi. Sarebbero arrivate decisioni importanti, matrimoni, figli, trasferimenti. Avremmo d ovuto imparare a mantenerci vicine senza poter condividere la stessa quotidianità.

Ma quella parte della nostra storia non era ancora cominciata.

Prima venne questo tempo prezioso.

Il tempo in cui non avevamo ancora il peso delle grandi responsabilità.

Il tempo delle amicizie raccontate, delle piccole simpatie confessate, delle risate che non avevano bisogno di una ragione importante.

Il tempo in cui stavamo imparando una cosa che ci sarebbe servita per tutta la vita:

poterci dire la verità sapendo che, dal l’altra parte, sarebbe stata accolta con affetto e custodita con rispetto.

Capitolo 5

Quando mia zia diventò la mia amica

Ci sono trasformazioni che avvengono senza chiedere permesso.

Non hanno una data, non sono accompagnate da un avvenimento particolare e spesso ce ne accorgiamo soltanto molto tempo dopo, quando guardiamo indietro e riusciamo finalmente a vedere il percorso nella sua interezza.

Tra me e mia zia accadde così.

Eravamo partite da due età diverse, da due posti ben definiti all’interno della f amiglia. Lei era la sorella di uno dei miei genitori, io ero sua nipote. Parole semplici, sufficienti a spiegare il nostro grado di parentela.

Ma non ciò che stavamo diventando.

Durante la mia adolescenza qualcosa maturò tra noi.

Le confidenze degli anni p recedenti avevano aperto una porta. Avevamo imparato a parlarci con naturalezza, a raccontarci le amicizie, le simpatie, le piccole emozioni della giovinezza. Avevamo scoperto che potevamo fidarci l’una dell’altra.

Poi quella fiducia cominciò ad andare più in profondità.

Non riguardava più soltanto ciò che accadeva intorno a noi.

Riguardava ciò che accadeva dentro di noi.

Crescere significa anche questo: accorgersi che non tutte le persone alle quali vogliamo bene sono persone alle quali riusciamo a raccont arci davvero.

L’affetto e la confidenza non sono la stessa cosa.

Si può amare qualcuno profondamente e, nello stesso tempo, non riuscire a mostrargli alcune parti di sé. Ci possono essere pudore, timore di essere fraintesi, differenze di carattere o sempli cemente modi diversi di vivere le emozioni.

Con mia zia, invece, sentivo di poter essere spontanea.

Non dovevo preparare le parole.

Non avevo bisogno di chiedermi continuamente come avrebbe interpretato ciò che le raccontavo.

Potevo parlare.

E soprattutto potevo essere ascoltata.

Questa differenza, allora, forse non riuscivo ancora a comprenderla fino in fondo. Oggi sì.

Essere ascoltati davvero è una forma rara di vicinanza.

Significa avere davanti una persona che non aspetta soltanto il proprio turno per p arlare, che non trasforma immediatamente una confidenza in un giudizio e che non pretende di decidere al posto nostro.

Mia zia sapeva starmi accanto conservando il proprio carattere e le proprie idee.

E io, crescendo, imparavo a fare lo stesso con lei.

Per ché la nostra non era una relazione a senso unico.

Questo è importante.

Non ero soltanto io a cercare lei quando avevo qualcosa da raccontare. Anche lei aveva cominciato a condividere con me pensieri e aspetti della propria vita.

E per me questo aveva un s ignificato particolare.

Sentire che mia zia si confidava con me significava capire che non mi considerava più soltanto la bambina che aveva visto crescere.

Stava riconoscendo la donna che lentamente cominciavo a diventare.

Forse fu proprio lì che nacque ve ramente la nostra amicizia.

Non quando iniziammo a uscire insieme.

Non quando cominciammo a raccontarci qualche simpatia.

Ma quando tra noi comparve la reciprocità.

Io potevo affidarle qualcosa di mio e lei poteva affidare qualcosa di sé a me.

Non c’era bi sogno che i nostri problemi fossero uguali. Avevamo sette anni di differenza e quindi attraversavamo inevitabilmente momenti diversi della vita. Ciò che per me rappresentava una scoperta, per lei poteva essere già un’esperienza conosciuta.

Eppure non avvertivo superiorità.

Questo mi faceva bene.

Poteva avere più esperienza di me senza farmi sentire inferiore.

Poteva esprimere un pensiero diverso dal mio senza annullare ciò che provavo.

Poteva darmi un consiglio lasciandomi comunque la libertà di s cegliere.

Sono sfumature che una ragazza forse non sa spiegare, ma che sente perfettamente.

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