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» Emma scoppiò a ridere. » «No. » Quella volta Emma non scherzò.
» Laura abbassò il tono. «Torna quando vuoi, Em. » Emma osservò la villa.
Le persiane scolorite. I muri che avevano bisogno di essere sistemati. La terrazza sulla quale aveva fatto colazione da bambina.
» Ma mentre lo diceva capì che non voleva tornare. Non ancora. • • • Il frigorifero vu oto risolse il problema della mattina.
Emma aveva bisogno di fare la spesa. E di un caffè decente. Il Bar Centrale non era cambiato quasi per niente.
Stessa insegna scolorita. Stesso bancone di marmo. Stesso odore di brioche calde che si sentiva ancora prima di entrare.
L’uomo dietro il banco la riconobbe immediatamente. » Emma posò la borsa sullo sgabello. » L’uomo sorrise.
»
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Emma si fermò. «Lo conoscevi?» «Conoscevo tutti qui.» Si asciugò le mani nel grembiule. «Pietro.» Il nome aprì un ricordo. «Pietro dei ghiaccioli.» L’uomo scoppiò a ridere. «Finalmente il riconoscimento che merito.» Emma sorrise. «Avevo nove anni.» «E ne mangiavi tre al giorno.» «Due.» «Eleonora diceva tre.» Il nome della nonna le attraversò il petto. Pietro se ne accorse. Non chiese niente. «Caffè?» «Doppio. Per favore.» «Roma ti ha rovinata.» «Roma mi ha tenuta sveglia per vent’anni.» Pietro mise in funzione la macchina. Emma guardò il locale. In fondo, vicino alla finestra, due uomini giocavano a carte. Una radio trasmetteva piano una canzone degli anni Settanta. «È strano essere tornata», disse. Pietro le mise davanti la tazzina. «È più strano per chi resta ved ere tornare gli altri.» Emma lo guardò. «Perché?» «Perché voi tornate e misurate quanto è cambiato il paese. Noi misuriamo quanto siete cambiati voi.» Emma prese il caffè. «E io quanto sono cambiata?» Pietro la osservò senza fretta. «Non abbastanza da smet tere di fare domande.»
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Prima che Emma potesse replicare, la porta si aprì. Pietro alzò gli occhi. » Emma non si voltò subito.
La tazzina rimase sospesa a metà strada. Poi si disse che era ridicolo e bevve. » La voce di Gabriel era diversa da quella della sera precedente.
Meno provocatoria. Più bassa. Emma si girò.
Quella mattina indossava una polo scura e portava una cassetta di legno piena di arance. Sembrava appena arrivato dal lavoro. La vide.
I suoi occhi si fermarono su di lei per un istante. » Emma appoggiò la tazzina. » Pietro li guardò entrambi.
» «Purtroppo», disse Emma. «Appena», disse Gabriel nello stesso momento. Pietro scoppiò a ridere.
» «Non incoraggiarla», disse Gabriel. » Emma bevve il caffè per nascondere un sorriso. Gabriel lasciò la cassetta sul bancone.
» «A fatica. » Pietro si allonta nò per servire un cliente. Emma osservò Gabriel.
Adesso che aveva un motivo concreto per interrogarlo, improvvisamente non sapeva da dove cominciare. Lui se ne accorse. »
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» Emma pensò alla bus ta nella borsa. » Gabriel prese il proprio caffè. » Lui la guardò sopra il bordo della tazzina.
» Un lampo divertito passò sul volto di Gabriel. «C’è un vecchio confine. » Emma non si aspettava un’off erta così diretta.
» «Tra mezz’ora devo andare in azienda. » Emma lo guardò. » • • • Il fuoristrada di Gabriel era parcheggiato davanti al bar.
Emma si fermò accanto allo sportello. » Gabriel aprì lo sportello.
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«Sali.» Emma lo guardò. «Questa autorità con tutti o soltanto con me?» «Con chiunque rubi agrumi.» Lei salì. Il veicolo odorava di pelle, polvere e caffè. Sul sedile posteriore c’erano una giacca, alcuni documenti e un paio di guanti da lavoro. Niente che assomigliasse all’interno di una macchina preparata per impressionare qualcuno. Per qualche motivo, Emma lo trovò rassicurante. Gabriel mise in moto. Attraversarono una parte del paese e poi imboccarono u na strada sterrata che saliva tra gli agrumeti. «Vivi qui da sempre?» domandò Emma. «No.» «Risposta sorprendentemente completa.» «Ho vissuto a Milano.» Emma si voltò. «Tu?» Gabriel le lanciò un’occhiata. «Continuano a farmi questa faccia.» «Quale faccia?» «Quella che dice: ma sapevi usare la metropolitana?» Emma rise. «La sapevi usare?» «Male.» «E cosa facevi lì?» «Finanza.» Quella risposta la sorprese ancora di più. «Finanza.» «Sì.» «Quindi camicia, cravatta, riunioni...» «E persone che parlavano di soldi mentre mangiavano insalate tristi.» Emma rise.
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«E sei tornato per gli aranci.» «Per mio padre.» Il tono cambiò. Emma lo percepì e lasciò passare qualche secondo. «Si era ammalato?» Gabriel annuì. «È morto pochi mesi dopo.» Emma abbassò lo sguardo. «Mi disp iace.» «Grazie.» Non aggiunse altro. Lei non insistette. Il silenzio che seguì non fu imbarazzante. Per la prima volta Emma si accorse che Gabriel sembrava più facile da leggere quando non scherzava. Le battute erano una porta. Dietro, c’era qualcuno molto più controllato. • • • Si fermarono su una piccola altura. Da lì la villa sembrava più vicina al mare. Gli agrumeti si dividevano in geometrie irregolari, segnate da vecchi muri di pietra. Gabriel scese. Emma lo raggiunse. «Vedi quella linea?» Indicò un muretto che attraversava il terreno. «Quello è il confine attuale.» «Attuale.» Gabriel annuì. Emma avvertì immediatamente il peso della parola. «Prima era diverso.» «Sì.» «Quando?» Lui si chinò, raccolse un sasso e lo fece rotolare tra le dita. «Da prima che nascessimo.» «Non è una data.» Gabriel la guardò.
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«Fine anni Sessanta.» Emma sentì un’accelerazione dentro il petto. «1968?» La mano di Gabriel si fermò. Solo un istante. Ma Emma lo vide. «Potrebbe essere.» «Non lo sai?» «So che ci fu un accordo tra le famiglie.» «Tra chi?» Gabriel lanciò il sasso oltre il muro. «Mio nonno e il tuo.» Emma strinse la tracolla della borsa. «Come si chiamava tuo nonno?» Lui la osservò. Questa volta non rispose subito. «Sebastiano.» Emma non ebbe bisogno di fingere sorpresa . La conferma, detta dalla voce di Gabriel, rese tutto più reale. «Sebastiano Ferraro.» «Sì.» Gabriel la studiò. «Perché?» Emma avrebbe potuto mostrargli la lettera. Era lì. Dentro la borsa. Invece disse: «Mi sembrava di aver già sentito il nome.» «Dove?» «Non ricordo.» Gabriel non sembrò crederle. «Tuo nonno ti parlava della mia famiglia?» «No.» «Sicura?» «Credo di sapere distinguere un ricordo da un interrogatorio.» Gabriel sospirò.
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«Non era un interrogatorio.» «Hai un modo curioso di fare conversazione.» «Tu hai un modo curioso di fare domande.» Emma fece qualche passo verso il muro. Dall’altra parte, gli alberi sembravano identici. «Che tipo di accordo fecero?» «Non lo so.» Lei si voltò. «Non ti credo.» Gabriel lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. «Questa cosa comincia a diventare un’abitudine.» «Perché continui a rispondere come uno che nasconde qualcosa.» «E tu continui a chiedere come una che sa già metà della risposta.» Emma si irrigidì. Un colpo di vento aprì leggermente la sua borsa. La busta scivolò verso l’esterno. Gabriel la vide. Il suo volto cambiò. Non fu spettacolare. Niente stupore teatrale. Semplicemente scomparve ogni traccia di ironia. «Dove l’hai presa?» Emma abbassò gli occhi. Troppo tardi per fingere. Estrasse la busta. Gabriel non tentò di prenderla. La guardò soltanto. «Era nello scrittoio di Eleonora.» Il nome della nonna sembrò avere un peso anche per lui. «L’hai letta?» «Sì.» «Tutta?» «Abbastanza.» Gabriel passò una mano sulla nuca. Emma lo osservò. «Tu sapevi di loro.»
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Non er a più una domanda. Lui rimase qualche secondo in silenzio. «Sapevo che mio nonno aveva conosciuto tua nonna.» «Conosciuto?» «Emma.» «Nella lettera non sembra esattamente una conoscenza.» Gabriel guardò verso gli alberi. «No.» «Allora?» Lui espirò. «Mio nonno era innamorato di Eleonora.» La frase si posò tra loro con una semplicità quasi crudele. Emma abbassò gli occhi sulla busta. «E lei di lui.» Gabriel si voltò. «Lo dice?» «Non servono competenze editoriali particolari per capirlo.» Lui quasi sorrise, ma il sorriso non arrivò. «Quanto ne sai?» domandò Emma. «Poco.» «Quanto poco?» Gabriel camminò fino al muro e appoggiò entrambe le mani sulla pietra. «Quando ero ragazzino sentii mio padre e mio nonno litigare. Mio padre pronunciò il cognome De Santis. Se bastiano gli disse di non parlarne mai più.» «E questo sarebbe tutto?» «No.» Emma aspettò. Gabriel sembrava scegliere le parole. «Una volta gli chiesi chi fosse Eleonora.» Il cuore di Emma ebbe un colpo. «E cosa disse?» «Che era una persona che aveva conos ciuto da giovane.» «Soltanto questo?»
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» Emma sentì un brivido. » La certezza con cui lo disse la fece guardare. » Gabriel abbassò gli occhi.
» Emma trattenne il respiro. Non se l’aspettava. » «Una foto vecchia.
Lei era seduta su un muro, credo qui vicino. » Gabriel la guardò. » Emma sentì una corrente di emozioni troppo diverse per separarle.
Curiosità. Tenerezza per un uomo morto che non aveva mai conosciuto. Disagio per suo nonno.
E qualcosa di ancora indefinibile. » La domanda uscì prima che potesse fermarla. Gabriel la fissò.
Il vento mosse una ciocca dei capelli di Emma sul viso. Lui non rispos e subito. » Emma lasciò uscire il fiato che non si era accorta di trattenere.
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Ma il tono le risultò meno ironico del previsto. • • • Camminarono lungo il confine. Gabriel le mostrò vecchi cippi di pietra quasi inghiottiti dall’erba.
Alcuni recavano lettere incise, ormai difficili da distinguere. Emma prese il telefono e fotografò tutto. » Emma lo guardò.
» Gabriel sorrise. Per qualche minuto parlarono dei terreni. Lui conosceva ogni filare, ogni passaggio, ogni variazione del suolo.
Emma lo ascoltava descrivere innesti, raccolti, annate difficili. Non c’era nulla di costruito nel modo in cui parlava del lavoro. Lo amava.
Era evidente. «Hai detto che lavoravi nella finanza», osservò. » Gabriel si fermò accanto a una pianta.
» Gabriel passò una mano su una foglia. » Emma pensò a Roma. A se stessa.
»