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Andrea la guardò. Per la prima volta da quando era
arrivato, Irene vide nel suo volto qualcosa che non
seppe interpretare. «Allora dovremo capire perché quei
documenti sono stati conservati.»
Irene rimase in silenzio. Non le piaceva quella
situazione, e ancora meno le piaceva sentirsi esclusa da
qualcosa che la riguardava direttamente. Andrea lo
comprese, perché avvicinò leggermente la sedia e
abbassò la voce.
«Dammi qualche ora. C'è un nome che compare più
volte nella pratica. Voglio capire chi sia e perché sia
collegato alla vendita.» «Quale nome?» «Vittorio Serra.»
Irene lo ripeté mentalmente. Non le suscitò alcun
ricordo. «Dovrei conoscerlo?» «Speravo di sì.»
«Non l'ho mai sentito nominare.» La risposta sembrò
preoccupare Andrea più di quanto Irene si aspettasse.
«Chi è?»
«Non lo so ancora. Ma la sua firma compare su più
documenti e nella pratica c'è un vecchio numero di
telefono.» «Chiamalo.» «È quello che voglio fare.»
«Allora fallo adesso.» Andrea accennò un sorriso, il
primo da quando era arrivato. «Non davanti a te.»
«Perché?»
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«Perché se dall'altra parte risponde qualcuno e io
faccio le domande sbagliate, voglio avere la possibilità
di capire dalle risposte chi ho davanti. Se tu sei qui,
finirò per guardare la tua faccia invece di ascoltare la
sua voce.»
La spiegazione aveva una logica, ma Irene
continuava a non essere convinta. Rimase qualche
secondo a fissarlo, poi indicò la cartellina.
«Stasera voglio vedere tutto.» «Va bene.» «Non
soltanto quello che avrai deciso di mostrarmi.» Andrea
annuì.
Irene sostenne il suo sguardo. «Se quello che hai
trovato riguarda me, non scegliere tu cosa posso
sopportare.» L'espressione di Andrea cambiò appena.
«Non voglio farlo.» «Allora ricordalo.»
Quella volta fu lui a non rispondere
immediatamente. Poi prese la mano di Irene e la strinse
con una naturalezza che apparteneva alla loro
quotidianità più delle grandi dichiarazioni. «Stasera ti
racconto tutto.»
Irene lasciò che le tenesse la mano ancora qualche
secondo. «Anche se non avrai capito niente.» «Anche se
non avrò capito niente.»
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Andrea pagò il caffè, raccolse la cartellina e uscì dal
bar. Irene lo seguì con lo sguardo mentre attraversava
la strada e si allontanava. Prima di scomparire dietro
l'angolo si voltò ancora una volta. Era la seconda volta
in meno di mezz'ora.
Andrea non tornò in ufficio. Camminò per alcune
strade senza una direzione precisa, cercando di mettere
ordine in ciò che aveva letto quella mattina. Quando
aveva aperto il fascicolo, il cognome Bellini gli era
sembrato soltanto una coincidenza curiosa. Conosceva
la famiglia di Irene abbastanza da sapere dell'esistenza
di quel terreno e aveva cominciato a sfogliare le carte
senza immaginare che avrebbe trovato qualcosa di
importante. Poi erano arrivate le incongruenze.
La prima riguardava la data della vendita. La
seconda, la firma della madre di Irene. La terza era più
difficile da spiegare: alcuni documenti riportavano
numerazioni e riferimenti che non appartenevano a
una normale pratica immobiliare. Andrea non era un
investigatore e non pretendeva di esserlo; lavorava in
un ufficio nel quale documenti, contratti e registrazioni
facevano parte della quotidianità, e proprio per questo
sapeva riconoscere quando una pratica era stata
costruita seguendo un ordine normale e quando,
invece, qualcuno aveva cercato di renderla difficile da
ricostruire. Quella lo era.
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Raggiunse una cabina telefonica e prese dalla tasca il
foglietto sul quale aveva trascritto il numero trovato
accanto al nome di Vittorio Serra. Avrebbe potuto usare
il proprio telefono, ma non voleva lasciare il numero a
una persona della quale non sapeva nulla. Compose
lentamente le cifre e aspettò. Al quarto squillo rispose
una donna. «Pronto?»
«Buonasera. Cerco il signor Vittorio Serra.» Dall'altra
parte ci fu una breve esitazione. «Chi lo desidera?»
«Mi chiamo Andrea Rinaldi. Avrei bisogno di
parlargli a proposito di una vecchia pratica.» Il tono
della donna cambiò. «Quale pratica?»
Andrea si appoggiò alla parete della cabina.
«Preferirei parlarne direttamente con il signor Serra.»
«Da dove ha avuto questo numero?»
La rapidità della domanda lo mise in allarme. «Era
indicato in alcuni documenti d'archivio.» Per alcuni
secondi non sentì altro che un leggero rumore di fondo.
«Quali documenti?»
Andrea decise di non spiegare troppo. «Riguardano
una compravendita avvenuta diversi anni fa. Compare
il nome della famiglia Bellini.»
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Il silenzio che seguì fu abbastanza lungo da fargli
capire che il cognome aveva prodotto un effetto. «Come
ha detto che si chiama?» «Andrea Rinaldi.»
«Lei conosce Irene?» Andrea si raddrizzò. Non aveva
pronunciato il suo nome. «Come fa a sapere di Irene?»
La donna non rispose. Andrea ripeté la domanda, ma
dall'altra parte sentì soltanto un respiro trattenuto.
«Signora, se quei documenti riguardano Irene ho
bisogno di capire cosa significhino.»
Quando la donna tornò a parlare, la sua voce era più
bassa. «Mi ascolti bene. Qualunque cosa abbia trovato,
la rimetta dove l'ha presa.»
Andrea strinse la cornetta. «Perché?» «Non posso
dirglielo.» «Allora mi faccia parlare con Vittorio Serra.»
Un'altra pausa.
«Non è possibile.» «Per quale motivo?» «Vittorio è
morto.» Andrea rimase immobile. «Quando?» «Molti
anni fa.»
Quella risposta apriva altre domande, ma Andrea
scelse la più semplice. «Lei chi è?» La donna non rispose.
«Signora?» «Non mi richiami.» «Aspetti. Nella pratica
c'è la firma della madre di Irene. Se sa perché—»
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La donna lo interruppe. «Quei documenti non
dovrebbero più esistere.» La comunicazione si chiuse.
Andrea rimase con la cornetta accanto all'orecchio
ancora qualche secondo. Richiamò immediatamente,
ma nessuno rispose. Provò una seconda volta e, dopo
diversi squilli, rinunciò.
Uscì dalla cabina e aprì la cartellina sul cofano di
un'automobile parcheggiata. Fino a quella telefonata
aveva cercato una spiegazione ordinaria: un errore di
archiviazione, una data trascritta male, documenti
appartenenti a pratiche diverse finiti accidentalmente
nello stesso fascicolo. La donna aveva appena reso tutte
quelle ipotesi molto meno credibili.
Andrea riprese i fogli dall'inizio. La vendita del
terreno era soltanto la parte più evidente della pratica.
Dietro di essa comparivano tre firme che ricorrevano in
momenti diversi: quella di Vittorio Serra, quella della
madre di Irene e quella di un uomo che Andrea non
conosceva. Il nome era leggibile, ma non gli diceva
nulla. Decise di annotarlo sul foglietto accanto al
numero di telefono.
Quando voltò l'ultimo documento, vide nuovamente
l'annotazione che aveva notato quella mattina. Era stata
scritta sul retro con un inchiostro ormai sbiadito e
alcune parole risultavano quasi cancellate. In ufficio
non era riuscito a leggerla interamente; alla luce del
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pomeriggio, invece, distinguere i segni era più semplice.
Andrea avvicinò il foglio.
Le prime parole erano incomprensibili. Più avanti
compariva una data, seguita da una breve frase della
quale riuscì a decifrare soltanto una parte. Continuò a
leggere finché arrivò all'ultima riga. Lì compariva un
nome. Irene Bellini.
Andrea tornò alla riga precedente. Lesse
nuovamente ciò che riusciva a distinguere e, per la
prima volta, comprese che quell'annotazione non
riguardava il terreno. La compravendita poteva essere
soltanto il contenitore dentro il quale era stato
conservato qualcos'altro.
Ripensò alla donna al telefono e alle parole che aveva
pronunciato senza esitazione: quei documenti non
avrebbero dovuto esistere. Non aveva detto che erano
falsi, né che Andrea avesse frainteso ciò che aveva
trovato. Gli aveva chiesto di rimetterli al loro posto.
Andrea richiuse lentamente la cartellina. Aveva
promesso a Irene che quella sera le avrebbe mostrato
tutto e non aveva intenzione di sottrarsi alla promessa,
ma adesso aveva bisogno di una risposta prima di
tornare da lei. Sul documento compariva un indirizzo
associato al nome di Vittorio Serra. Poteva essere
vecchio, la casa poteva non esistere più o appartenere
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da anni a qualcun altro; tuttavia, dopo quella telefonata,
ignorarlo gli sembrò impossibile.
Trascrisse l'indirizzo e rimise i documenti nella
cartellina. Poi controllò l'ora. Aveva ancora abbastanza
tempo per raggiungere quel posto e tornare da Irene
prima di sera. Fece pochi passi, quindi si fermò.
Aprì di nuovo il fascicolo e osservò la data accanto
alla firma della madre di Irene. C'era un particolare che
fino a quel momento aveva considerato secondario:
accanto alla data comparivano due iniziali scritte con
una penna diversa. Le aveva viste anche su un altro
documento, ma soltanto allora si rese conto che erano le
stesse. V. S. Vittorio Serra.
Andrea rimase a fissarle, cercando di capire perché
qualcuno avesse siglato proprio quei due fogli e non gli
altri. Poi ricordò qualcosa che Irene gli aveva raccontato
molto tempo prima, durante una conversazione alla
quale allora non aveva attribuito alcuna importanza.
Controllò ancora una volta la data.
Questa volta non ebbe dubbi.
La storia che Irene conosceva e ciò che quei
documenti raccontavano non potevano essere
entrambe vere.
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Capitolo 3
L'ultima sera
L'indirizzo conduceva Andrea in una zona della città
che conosceva poco, fatta di edifici costruiti in epoche
diverse, piccoli negozi e vecchi portoni residenziali che
sembravano essersi adattati con fatica ai cambiamenti
degli anni. Arrivò poco prima delle sei e controllò due
volte il numero civico annotato sul foglietto, perché si
aspettava di trovare una casa privata e invece si ritrovò
davanti a un edificio di tre piani, con un ingresso stretto
tra una merceria e un negozio chiuso da tempo.
Sul citofono il cognome Serra non compariva.
C'erano targhette nuove, altre scolorite e una rimasta
vuota dopo che qualcuno aveva rimosso il nome.
Andrea provò a suonare a due appartamenti, senza
ottenere risposta, e stava ormai pensando di andarsene
quando il portone si aprì dall'interno. Ne uscì un uomo
anziano che trascinava un piccolo carrello della spesa.
Andrea gli tenne la porta e, dopo averlo salutato, gli
chiese se ricordasse una persona che aveva abitato lì
molti anni prima. «Vittorio Serra.»
L'uomo smise per un istante di sistemare il carrello e
lo guardò con maggiore attenzione. «È morto.»
Andrea aveva già ricevuto quella risposta poche ore
prima, ma sentirla confermare da qualcuno che
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sembrava aver conosciuto Serra trasformava
un'informazione ottenuta al telefono in qualcosa di più
concreto. Gli chiese se nell'edificio abitasse ancora
qualche familiare, ma l'uomo spiegò che Vittorio aveva
vissuto da solo per molto tempo. Negli ultimi anni,
tuttavia, una donna aveva cominciato a fargli visita con
una certa regolarità. «Era una parente?» «Non lo so. Non
facevo domande.» «Ricorda almeno come si chiamava?»
L'uomo scosse la testa e riprese a muovere il carrello.
Andrea lo ringraziò e stava per lasciarlo andare quando
l'anziano, dopo pochi passi, si voltò. «Lei perché cerca
Serra?»
Andrea esitò. Non aveva alcun motivo per raccontare
a uno sconosciuto ciò che aveva scoperto, ma era
arrivato fin lì proprio perché le informazioni ottenute
per vie normali non erano sufficienti. «Ho trovato
alcuni vecchi documenti nei quali compare il suo
nome.»
L'uomo sembrò irrigidirsi. «Che documenti?» «Erano
conservati insieme a una pratica immobiliare.»
La tensione sul volto dell'anziano diminuì quasi
immediatamente. Gli consigliò di rivolgersi a un notaio
e riprese a camminare, ma proprio quella reazione
convinse Andrea a raggiungerlo. Non era stata la
menzione di Vittorio Serra a preoccuparlo; era stata la
parola documenti . Quando Andrea glielo fece notare,
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l'uomo negò inizialmente, poi si fermò e lo osservò a
lungo. «Ha detto che si tratta di una compravendita.»
«Ho detto che i documenti erano archiviati in quel
modo. Non sono più sicuro che riguardino soltanto un
terreno.»
L'anziano rimase qualche secondo senza parlare, poi
indicò il bar all'angolo della strada. «Mi offra un caffè.»
Si chiamava Cesare, anche se non volle aggiungere il
cognome. Nel locale scelse un tavolino lontano dal
bancone e rimase con il cappotto addosso, come se
volesse chiarire fin dall'inizio che quella conversazione
non sarebbe durata a lungo. Raccontò di aver
conosciuto Vittorio Serra come si conoscevano un
tempo i vicini di casa: qualche saluto sulle scale, brevi
conversazioni, raramente un caffè insieme. Non erano
amici, ma negli ultimi mesi prima della morte di Vittorio
aveva notato un cambiamento nelle sue abitudini.
Riceveva spesso visite serali e, oltre alla donna che
Andrea aveva già sentito nominare, ogni tanto arrivava
un uomo.
Cesare non conosceva il suo nome, ma ricordava una
discussione avvenuta sulle scale. Non aveva ascoltato
l'intera conversazione e non era in grado di ricostruirla;
tuttavia, una frase gli era rimasta impressa: l'uomo
aveva accusato Vittorio di voler cambiare qualcosa
quando ormai era troppo tardi. Serra gli aveva risposto